Geimsdìn

brum brumC’è un viale ampio e lunghissimo, alla periferia nord, che percorrevo quando andavo da lei e quando la riaccompagnavo a casa. Dopo mezzanotte, lì non c’era mai molto traffico. Forse è ancora così; io non ci passo più da anni.
Fermi ad un semaforo, parlavamo del tizio nella macchina accanto. L’immagine di allora è un po’ nebbiosa, sfumata. Gli eventi di dieci anni fa si sono sbiaditi sotto cumuli di carte e di altri viaggi.

Il tizio guidava un’auto scura, sportiva e rumorosa. Era nella corsia destra, dal lato di Serena. Il braccio sinistro teso sul volante, il destro presumibilmente sulla leva del cambio, lo sguardo fisso in avanti, accigliato. Sembrava in posa da duro, più o meno come tutti gli uomini quando una bella donna guarda nella loro direzione. Serena ne era divertita.
– Perché ridi?
– L’hai visto?
– Cos’ha?
– Mi ha visto e adesso vuole fare il fenomeno con la donna di un altro.
L’osservai pure io.
– Ha l’espressione da casco. Quella di quando aspetti il verde per sgommare e superare tutti. Geimsdìn aveva la faccia così, prima di morire in Porsche.

Lei mi dice come fai a saperlo se sta dentro il casco. Dico ma infatti. Ci guardiamo e ci siamo già capiti. Quando le si accendevano gli occhi così, era la sua espressione da casco. Quella di quando abbiamo la stessa idea.
– Ti ha sfidato.
Forse anche a me si accendevano gli occhi. Non lo saprò mai.
– E adesso che dovrei fare secondo te?
Era una domanda retorica. Do un colpo d’acceleratore per segnalare che accettiamo la sfida. Geimsdìn non reagisce. Passa qualche istante. Poi risponde, facendoci ascoltare il rombo del suo mezzo. Più che nero, è marrone scuro. Serena si volta verso di me per nascondere una smorfia. Io non rido, invece.
– Sfida accettata!
Non mi ricordo chi l’ha detto. Ormai siamo in gioco. Fisso il semaforo. Lei tiene d’occhio l’altro. Sgaso ancora. L’altro risponde e rilancia. Serena stringe le labbra come Monna Lisa coi capelli mossi. Io mostro i denti. Ormai dovrebbero mancare pochi secondi. Con la mano controllo il cambio: la prima è inserita. Il piede è sul pedale. Il motore va su di giri… Verde!

Geimsdìn parte sgommando fragorosamente.
Noi siamo fermi.
– Fregatooo!
Lo diciamo insieme. Seguono risate. Quando ripartiamo, abbiamo un’altra storia tutta nostra da raccontare.

Non ho mai saputo perché abbiamo smesso di vederci.

 

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