Esco un attimo

 Un paio d’ore e torno a casa. Come no.
C’era freddo, buio e l’influenza era ancora ospite non pagante. Un paio d’ore al massimo, dài, poi torno subito. Mi serve del cibo non surgelato. E un po’ di aria fresca. Dopo quattro giorni di assedio, il pane ci manca.
In effetti, tra uscire, acquistare, camminare, avevo fatto in fretta davvero. Un’ora dopo ero uscito dal centro commerciale con un sacchetto per mano. Nel parcheggio semivuoto, l’auto si notava appena. I lampioni erano gialli e distanti. L’inclinazione era strana, ma distinguevo la sagoma di un tombino, di quelli concavi, sotto la ruota. Ovvio che un lato sia più basso di qualche centimetro.

Così parto, pregustando la serata. Sento che l’auto ha reazioni più dure del solito. Rallento. Percorro al massimo un centinaio di metri fuori del parcheggio. Mi viene un dubbio. Mi fermo. Scendo. Osservo. Bucata. La posteriore sinistra è bucata. Ma porc… proprio oggi. Tossisco. Sposto l’auto fuori dalla carreggiata. Mi soffio il naso. Mi faccio domande appropriate.

E adesso? Chiudo gli occhi. Mal di testa. Tossisco. Ho la voce di Lurch, il maggiordomo.
Apro il cassetto del cruscotto e cerco il contratto di assicurazione. Eccolo. Trovo il numero e chiamo l’assistenza stradale. Di là una voce mi chiede nome, targa, modello, mi dice la via, le dico la via, quaranta minuti. Quando mi chiede se ho la ruota di scorta dico no, è una di quelle auto che non c’è spazio nel bagagliaio… In verità vi dico, il ruotino c’è. Ma non ho voglia di andare in giro con quella pseudoruota spaventosamente sottile. Ancora meno di mettermi a montarla al freddo e al buio. Con l’influenza. Tossisco. Mi soffio il naso. Aspetto.
In fondo poteva andar peggio. Poteva piovere.

Seduto in macchina, mi rendo conto che sono sudato. Forse è l’aspirina che fa effetto. Esco e cammino un po’. C’è un campo da calcio. Si allenano. Che noia. Conto i passi che faccio. Quaranta minuti dopo arriva un tizio sul carro attrezzi. Eh, è proprio a terra, dice. Mi arrendo a tanta sagacia. Dove ti porto, dice. Gli dico l’officina vicino casa. Mi ci porta. Sbaglia strada due volte, poi lo guido io, ma mi ci porta. Naturalmente l’officina è chiusa, sono quasi le nove di sera. Parcheggio l’auto di fronte e saluto il cocchiere.

Prendo i sacchetti dal bagagliaio e m’incammino verso casa. Saranno trecento metri. Ormai sentivo freddo, camminare mi riscaldava. Lungo la strada il telefono ha vibrato di gioia: dice hai raggiunto l’obiettivo giornaliero. Ridendo e scherzando ho fatto sei chilometri di passeggiata, oggi. Che culo, rispondo rauco.
La foto successiva sono io che evito i cumuli di neve ghiacciata davanti casa. Apro il cancelletto, poi attraverso il cortile. E finalmente apro il port… no. Aspe’ riprovo… no. La chiave non è entrata. Non c’è luce. Ma è la chiave giusta? Sì, è lei. Ma allora… non sarà che… merda. Nella serratura c’è un pezzo di chiave. E io non posso entrare.

Non mi smarrisco. Cerco il nome dei vicini di pianerottolo sul citofono, suono, risponde lui, gli spiego il problema, mi apre. Quando arrivo alla mia porta è lì che mi aspetta. Gli dico cosa è successo, lo ringrazio, ci scambiamo qualche parola, un sorriso ed entro in casa mia.
Tornare, sono tornato.

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