Elogio delle orecchie ai libri. Solo per intenditori.

010Questo è un post polemico e bibliofilo.

Polemico verso di te, sedicente amante dei libri che inorridisci di fronte alle “orecchie” sulle pagine. Quelle che si fanno per tenere il segno. A te, feticista del segnalibro, è dedicata questa mia invettiva. Magari guarisci.

Innanzitutto, rilassati.
Piegare la pagina per tenere il segno è uno dei gesti più naturali e liberi della lettura. Ti consente di aprire e chiudere il libro in un attimo, ovunque, in ogni posizione, senza impicci con listelle cartacee di pessimo gusto che scivolano, cadono, spariscono quando ti servono. Il libro è mio e me lo leggo a modo mio.

Realizzata da mani esperte, l’orecchia ha vantaggi notevoli.
Tecnicamente, si procede così: si sceglie l’angolo superiore o inferiore della pagina. La scelta viene effettuata in base alla vicinanza dell’angolo con l’ultima riga che hai letto. Si prende l’angolo e lo si piega con inclinazione di 45°.
Si produce un un triangolo rettangolo – l’orecchia propriamente detta – i cui cateti sono paralleli ai lati della pagina stessa. Si avanza nella piegatura finché il lato orizzontale dell’orecchia coincida col confine tra la riga che hai letto e quella da dove ricomincerai domani. Ora premi la mano sul foglio, producendo la tipica linea di piegatura. Ecco fatto.
In questo modo, avrai un riferimento per riprendere la lettura dalla riga giusta. Nessun volgare segnalibro ti sa offrire questo livello di precisione.

L’orecchia ha però un senso più profondo, soprattutto se considerata diacronicamente. La pagina orecchiata resterà permanentemente marchiata da questa esperienza. Il segno triangolare conserva il ricordo dell’istante in cui hai interrotto la lettura, quando hai ancora in mano il volume e nella mente hai l’ultima frase, l’ultima emozione. E avverti quel senso di sospensione, l’attesa di ciò che verrà dopo. Ed è subito immaginazione, fantasia, speranza.009

Anni dopo, quando riapri il tuo libro e ci trovi il segno inciso nella carta della pagina, ti ritrovi ancora in quel momento esatto. Riafferri le immagini ormai sfuggenti come un sogno lontano. Ed è come osservare dall’esterno i tuoi pensieri di allora. Cosmico, n’evvero?
Pensa che puoi averne decine in un libro solo.

Tu, invece, sacerdote dei libri intonsi, non capirai mai fino in fondo il fascino del leggere, perché non ami i libri: li possiedi e basta. Se tu amassi i libri, ci faresti l’amore abbracciando le loro pagine, gualcendo la sovraccoperta, aprendo al massimo la rilegatura per esplorare fino all’ultima interpunzione.

Non andresti in paranoia per la goccia di caffè schizzata a pagina centoquarantasei. Ameresti ogni evento impresso sopra l’inchiostro a stampa, perché quegli eventi vi uniscono, tu e il libro. La vita è sbucciarsi un ginocchio, è la cicatrice di quella caduta dalla bici.
001Amare è consumarsi. E tu non li consumi, i libri. Tu ti limiti a stuprarli con orrendi segnalibri. Glieli sbatti tra le pagine senza amore, ripetutamente, suggendo il tuo diletto senza lasciar tracce di te. Non c’è amore nel tuo sfogliar plastificato.

Che poi, mentre stai leggendo – nelle tipiche posizioni acrobatiche del lettore appassionato, su divani, letti, poltrone, nelle sale d’aspetto, in piedi alla stazione, aspettando una rustichella o vibrando in bus cittadino – dove cazzo te lo infili quel segnalibro? Tra le pagine cade. In mano è scomodo. Appoggiato da qualche parte, se ne va nel paese dei calzini spaiati e dei segnalibri fuggiti. Quando vuoi smettere di leggere ti devi mettere a cercarlo. È fatale.

Fai un’orecchia e la vita ti sorriderà.
Ma non una orecchietta invisibile di pochi millimetri come se avessi paura di vivere. Fai una bella orecchia seria, che arrivi a metà pagina, da persona che ha in mano il proprio destino.

Alla fine, quando hai finito il libro, tu lo riponi con gli altri senza fare una piega. Letteralmente. E lui resta lì, solo. In mezzo ad altri libri soli. Come non fosse mai stato letto. Come non fosse mai stato il tuo libro.
Ogni tanto, nelle notti silenziose, puoi sentirli cantare “I am a rock” di Simon & Garfunkel.
Quando lo riaprirai, fra due, sei, dieci anni, non avrete alcun ricordo insieme. Sarete estranei. Lui non se lo merita. Riesci a capirlo?

Il libro va vissuto.004
Piegale, ‘ste pagine, gioca con la copertina, portatelo ovunque sotto il braccio, sudalo d’estate, bagnalo d’autunno, sorridi sulle sue macchie di birra. Sappi che oggi sono momenti della vostra storia, domani saranno ricordi chiusi tra quelle pagine. Non trattare il tuo libro come un oggetto. Amare è consumarsi, quindi consumalo. Quando prendi in mano un libro che hai vissuto, lui ti restituisce le sensazioni di quella vita. Un vecchio libro in perfette condizioni è sospetto. Ed è triste.

Ovviamente, maneggiare volumi vecchi e molto fragili richiede altre cautele. Ma sai, quei vecchierelli hanno già vissuto a lungo e la storia possono raccontartela. Storie di altri lettori che ormai non ci sono più. Quei libri ti regalano i loro ricordi. Riesci a rendertene conto?
A volte, acquistato un vecchio libro, stampato oltre cent’anni fa, trovi segni di penna, appunti, sottolineature anche violente. E antiche orecchie e antichi strappi. Non sono deturpazioni, ma le cicatrici di una vita.

002Ho preso in casa un libro di teatro pubblicato a fine ottocento. Tra le pagine ci sono intere battute coperte da segni di penna, personaggi cancellati con una linea nera, errori di stampa corretti a matita, note di regia sui margini e perfino incrostazioni centenarie sulla carta. Tutto ciò rende quel testo una testimonianza preziosa.
Non c’è solo il dramma nudo, ma brani di un racconto. Pezzi del lavoro di un attore che ha usato e studiato questo libro. L’aveva con lui alle prove, lo ha lasciato in un posto sicuro, dietro le quinte, mentre era in scena. Lasciato il palco, correva dal suo libro, il suo copione, per ripassare la prossima entrata. Chissà quante repliche, quante corse a cercarsi. Riesci a rendertene conto?

Certo, nella mia collezione ho anche vecchi libri senza alcun segno del tempo. Ecco, loro non hanno nulla da darti più della vecchiaia.

Insomma, deciditi a buttare via quei segnalibri ridicoli e regala una vita vera al tuo libro. Lui, in cambio, parlerà ancora di te fra un secolo. Riesci a immaginarlo?

 

Non vale per i libri della biblioteca. Quelli non sono tuoi, furbone.


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