Storie teatrali #2 Copioni copiati (parte seconda)

Questa storia è più recente.
Siamo nel 2009. Arriva una telefonata. È un regista con cui avevo già lavorato anni prima. Da allora, periodicamente mi chiedeva di entrare nella sua compagnia. Tutte le volte avevo rifiutato. Non solo perché ero già impegnato in altri spettacoli. C’era questa cosa del teatro dialettale, di un dialetto che non è il mio. Questa volta, però, mi garantisce libertà di parlata. Anzi, ti do la parte e te la traduci come vuoi, dice. Siccome non avevo altri impegni in corso, accetto.

copioni2Nel nuovo gruppo teatrale ero comunque un elemento non comune. Per preparazione culturale, esperienza teatrale e per – diciamolo – talento artistico, potevo dar consigli anche al regista. Ho iniziato, comunque, senza pretese. Ero l’ultimo arrivato… Tuttavia, poco più di un mese dopo, sono entrato a far parte del Consiglio Direttivo. Più tardi, vicepresidente dell’associazione.

Intanto il regista mi aveva affidato il copione per riscrivere la mia parte. Ho fatto un buon lavoro, la cosa, allora, si ripete con i copioni successivi. “Rendilo vivace, mettici le battute”, diceva. Pagavamo autori professionisti ogni anno per il copione. Poi il testo passava sotto le mie mani ed acquistava vita. Dopo, piaceva anche agli attori.

I miei interventi sono diventati via via sempre più consistenti. Fino ad avvicinarsi alla riscrittura completa con gli ultimi spettacoli. Gli “autori” ormai fornivano poco più di un canovaccio, pur facendosi pagare il lavoro finito.

Scrivere a me piace. Mi diverte giocare con i personaggi. Su nessuno di questi testi, però, è mai apparso il mio nome. Sul frontespizio, il nome dell’autore di turno e quello del regista, che si e attribuito anche il mio lavoro. Nessuno ha mai saputo che buona parte di quegli spettacoli li ho scritti io. Tra i motivi per i quali ho lasciato la compagnia, anche questo ha avuto il suo peso.

Quel regista, per anni, ha usato la parola “amicizia” nei miei confronti. Anche la sera della pizzata con cui ci siamo salutati definitivamente ha confermato i suoi attestati di stima nei miei confronti. La nostra amicizia resta, dice lui. Poi mi ha chiesto, con una faccia tosta da competizione, di continuare a lavorare ai copioni anche se non faccio più parte del gruppo. Non scherzo: l’ha detto davvero.

E qui viene il bello.
Pochi giorni dopo ha sbroccato malamente su Facebook, dopo aver letto di una mia nuova esperienza teatrale. Non so cosa gli sia preso, onestamente. Forse credeva che non ci fosse teatro senza di lui. E invece…

Invece mi ha procurato inconsapevolmente qualche sorriso di compatimento. Suppongo che avrei dovuto trovare offensive le sue sgrammaticazioni. Diceva che sono ingrato. Ha veramente scritto “ingrato”. Ho pensato che fosse una persona triste.

Comunque, s’è dimenticato di rivolgersi a me direttamente. Non mi ha citato. Ha scritto un post così, pubblico, ma anonimo. E allora non mi sono nemmeno accorto che avevamo smesso di essere “amici”. Altri mi hanno avvertito della cosa. Ed è successo così, da un giorno all’altro, senza neanche un SMS tipo “trannoi effinita!!!1!11!!undici!!”. Mi raccomando, non confondete mai Facebook col mondo reale. Poi si fan queste figure…

Altro fenomeno interessante furono quelli del mio ex gruppo. Quelli che fino a pochi giorni prima ti regalavano un non richiesto “qui ti vogliamo tutti bene”, così falso che ero in imbarazzo io per loro. All’apparizione di quel post hanno cominciato a scrivere un sacco di cose poco belle di me. E spesso anche per la lingua italiana. Mi evocavano con “lui” o “quello”, senza il coraggio di fare il mio nome. Non mi avevano mai perdonato di essere più istruito e talentuoso di loro.

Quel giorno lo ricordo con molto piacere. È stato uno dei momenti più catartici in assoluto. Erano davvero ignobili come sospettavo, anzi di più. In quell’istante sono stato felice di averli lasciati indietro. Perché mi stavano mostrando che avevo davvero ottimi motivi per farlo. Insomma, è andata così. Quel regista s’era reso conto che non ci sarei stato più io a fargli i copioni. Non avrebbe potuto più firmarli al posto mio. E allora si è messo a strepitare in quel modo assai poco dignitoso. Alla sua età. Mi faceva pena. Più ridere, però.

Questa fu la compagnia che mollai: voglio ricordarli così. Come sassi in tasca che lasci cadere in strada per proseguire con più leggerezza.
E mentre cammini verso l’orizzonte, ti chiedi per quale cazzo di motivo ti eri messo dei sassi in tasca.

(Dissolvenza. Sipario)

Nella stessa serie<< Storie teatrali #1 Copioni copiati (parte prima)

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