Storie teatrali #1 Copioni copiati (parte prima)

ladonnaeloscettico Oggi parliamo di quelli che ti rubano le idee credendo di essere furbi.
Una storia letta qualche giorno fa, accaduta per una fotografia usata senza permesso, mi ha fatto ricordare vecchie storie realmente accadute. Roba di dieci anni fa, mese più, mese meno. L’oggetto fu un testo teatrale. Anzi, due… o più.

La compagnia teatrale era nata intorno ad un progetto di spettacolo. Per meglio dire, rinata, dopo qualche anno di pausa. Eravamo in due, all’inizio. Lei voleva allestire la storia di Artù, Lancillotto, Merlino e quella gente lì. Però non aveva la minima idea di come si scrivesse un copione. Io, invece, sì.

Abbiamo studiato la materia, condiviso idee, messo a punto una sequenza di eventi, di personaggi e abbozzata una storia. Avremmo anche dovuto scrivere le scene e i dialoghi insieme. Invece i pomeriggi e le serate passavano con me che presentavo il lavoro fatto a casa e lei che suggeriva virgole. Finché lei ad un certo punto – un punto che sta più o meno a metà del terzo ed ultimo atto – ha deciso che avrebbe proseguito da sola, forse per non sentirsi inutile. Dopo ho dovuto correggere gli errori e riscrivere le ultime scene per renderle utilizzabili. Il monologo finale l’ho aggiunto più tardi. Quando lei si è resa conto di non averlo, il finale.

Con molte difficoltà, lo spettacolo fu allestito, arrivando a numerare più di qualche replica. È stato qui che, raggiunto il suo scopo, lei ha deciso di liquidarmi. Perché “la compagnia è mia e faccio come mi pare!
Su questo aveva ragione, eh. Anche se figurava come associazione culturale senza fine di lucro con tutte le cose a norma di legge, le cariche sociali erano distribuite tra lei, sua madre e sua sorella. Nessun altro era ammesso alle riunioni, se pure avvenivano.

Come dire, hai presente quando da bambini si gioca nel campetto dietro la chiesa? Il pallone era suo e se l’era portato a casa. La partita è finita, andate in pace. C’era soltanto questo particolare che a me pareva importante: non eravamo più bambini da un pezzo. A quel tempo non lo sapevo ancora, ma esistono davvero delle bambine capricciose e viziate che hanno superato i trent’anni. Vabbè, comunque sia, questo era solo l’inizio della storia.

Un paio d’anni dopo, ho pubblicato alcuni miei copioni – io scrivo, con o senza spettacolo, per il gusto di farlo – su un archivio gratuito online. Tra questi, c’era anche quel Re Artù, riveduto e corretto. Il fatto è che, di comune accordo, avevamo deciso di non proteggere quel testo. Non ne valeva la pena. E poi, capirai che storia originale. Per evitare polemiche inutili e per correttezza, come autore figurava comunque il nome della compagnia teatrale.

Non ci ho più pensato per qualche tempo, finché mi arriva una lettera su carta intestata di uno studio legale. Chiedeva all’archivio online di rimuovere quel copione dal sito e diffidava me dall’utilizzarlo. Mentre raccontavo questa storia al mio avvocato, mi veniva da ridere, nonostante questo spudorato tentativo di farmi passare per ladro di testi. Il lato grottesco della situazione si trovava nelle locandine della rassegna estiva del teatro amatoriale che stava per aprirsi.

Tra le compagnie impegnate nei cortili c’era anche quella. Lei l’aveva rimessa in attività e portava in scena una delle traduzioni che avevo preparato e pubblicato su quello stesso archivio online. Un testo che, quando stavamo insieme, le avevo mostrato e di cui avevamo discusso con l’idea di allestirlo, prima o poi. Adesso quel titolo era lì, in una rassegna, e io non ero nemmeno citato. Pur di evitare di scrivere il mio nome, ha inventato un traduttore inesistente.

Avrei potuto crearle qualche guaio legale. A cominciare dalla gestione “familiare” dell’associazione culturale, in barba ad ogni legge e regolamento in materia, per arrivare al furto di proprietà intellettuale. Accuse che avrebbero peraltro potuto avere delle conseguenze sul suo lavoro. Ma non ho fatto nulla, se non inviare una risposta tramite avvocato. Ha prevalso l’indifferenza. Mi faceva davvero pena.

Cioè, ci ho riflettuto per un attimo: una che vuole fare la regista e si trova talmente a corto di idee da dover ripescare un mio vecchio progetto… una persona così rancorosa (non si sa perché: l’ho mollata perché lei aveva sciolto la compagnia) da inventarsi un nome di fantasia pur di non ammettere di averlo fatto… E talmente lontana dalla realtà da credere che non me ne accorgessi… Quanto deve essere triste e vuota la vita di una persona così? Ecco, ho lasciato stare. Non ho perso nulla, io.
Invece, lei, moltissimo… modestamente eh.

E poi avevo cose più importanti di lei cui pensare. Quel venerdì sera toccava a me scegliere la birreria, per esempio.

(1 – continua)

Nella stessa serieStorie teatrali #2 Copioni copiati (parte seconda) >>

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