In missione. Salento.

May 6th, 2012 by VirQuam

Otranto. (foto: Aleks)

Il viaggiare è lungo, ma leggero. Strada è specchio. Scorrono pensieri, idee, rabbie e risate. Vedi i già fatto ed i forse farò.

Ricordi, anche, a tratti. Ascolti. Canti un po’. E parli senza voce. Tanto, puoi sentirti ugualmente. Quelli nella radio non t’ascoltano. Pensano ad altro. Forse guardano nulla.
L’Adriatico a sinistra si scorge appena. Si percepisce.
Città, improvvisamente, escono da mappe ed atlanti. Si stendono là davanti per mostrarsi al sole. Lo stupore è ancora bambino.

Poi ci sei. Dai un volto a quei segni nero-su-bianco. Qualcuno somiglia a come l’immaginavi. Qualcuno è diverso. Qualche parola, la cena, l’escursione notturna. Poi dai un senso alla giornata, ripensandoci con calma, dormendoci sopra.

La fortezza sul mare e la storia tutto intorno. C’è la fascinazione da turista, l’occhio archeologo, lo spirito teatrale, i piedi che bruciano. Le mani non riposano sulla reflex. Fatica di tendini ed avambracci. Alla fine, sono centodiciassette. Ci appendo il sacchetto dei ricordi incartati. Lascio?

I volti, dopo poco, ti paiono familiari. Di qualcuno ho archiviato il nome. Altri hanno ancora solo etichette. Navighiamo accostandoci o salpando. La corrente non segue il vento. Un racconto interessante fa una pausa. Cose che capitano: ora bevi un po’ d’acqua e distenditi. Poi ci sarà spettacolo.
Comincia già all’ingresso. Donna disperata m’afferra il braccio. Cosa farò adesso, che tutto è perduto? Dovrò piangere, oppure abbracciar la morte? Non posso tacere a tanto calore e rassicuro. Andrà tutto bene. E ride, lei, uscendo dalla finzione. Solo per un attimo, o forse due.

Il colpo di scena è un altro. E’ quello di un uomo che vuol fermarsi. Troppa, la fatica d’essere. Un’antica usanza, il tirar sassi alla torre più alta. Dopo, ci si guarda segnati da una testimonianza in comune. Che non si dice, però. Come un evento nel momento che avviene, un tempo è sospeso, mentre gli altri scorrono. Rapidi, folli, col tempo di una pizzica, che quando si ferma fuori, dentro ancora scuote. Siamo una realtà accanto alla nostra.
Così dislocati, come in teatro, prendiamo posto in platea. Qui par cosa ordinaria il contrasto d’amore tra chi vive e chi non più. E più volte si ripete il medesimo finale. Con parole stesse, ma tanto diverse. Prima e dopo, un limbo di sole e deserto. Emozioni isolate dal qui ed ora.

Il monologo finale è un viaggio. Dentro vite così vicine da essere sconosciute. Una finzione reale, che svela finalmente quell’angolo di casa. Non t’eri mai voltato a guardare. Lo vedevi e basta.

La notte riporta indietro. Al mattino è tutto finito. Il tempo basta appena per i saluti. Strette di mano e sorrisi. Un ultimo controllo per non dimenticarsi. Poi è di nuovo viaggio, di nuovo specchio.
I pensieri sono un po’ gli stessi, un po’ altri. Quelli della radio non lo sanno, imperterriti.
L’Adriatico, adesso è a destra. Si vede meglio.
Lo stupore non è ancora adulto.

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Nikon era lo scudo.

April 24th, 2012 by VirQuam

(Foto: Aleks)

Nikon era lo scudo. La scusa di documentare copriva l’indagine.

Mostri i denti, in un mezzo sorriso. Gli occhi tradiscono le tue bugie. Il sussurro non sai gestirlo. I tuoi insulti si sentono. La risata di quell’altra è inequivocabile. Farabutti.

Una scenografia adatta. Il rapido movimento, la ricerca dell’inquadratura, gli scatti curiosi sono utile passatempo. I sensi lavorano ad altro, la mente raccoglie i pezzi. L’immagine si compone e pian piano è sempre più semplice trovare i vuoti, dare un posto ai tasselli. Dal dubbio all’ipotesi, dal sospetto alla certezza.

Credi d’essere al sicuro, ingenuo. Nemmeno sai scriverla quella parola. Sono io a guidare, adesso. Perdonare è escluso, non ci saranno prigionieri. Il conto è aperto. Pagherai, e pagherai tutto.

Ecco l’altra. Tu, senza pudore. Fidarsi era un gesto di fiducia. Un dono da maneggiare con cura. L’hai lasciato andare in pezzi, per un sorso di fogna.
Non ci sono seconde possibilità. Sono preziosità che non meriti. Che non avrai. Non da me.

Rabbia, certamente. Ma delusione. Ti credevo persona. Ti mostravi amica. Per fortuna siamo diversi. Non saprei vivere nuotando nelle menzogne. Tu fai immersioni, respirando.

Mi allontano senza ritorno. Scrollo i piedi dalla polvere. Potrebbe averti toccata. Resti indietro a recitare. Senza un personaggio. Senza pubblico. Il fallimento che non sai vedere, mentre dici qualcosa. Un suono indistinto. Un rumore barbarico, incomprensibile, senza senso. Non significhi nulla. Nevermore, sul busto di Pallade.

Rabbia, certamente, e delusione. Ma nessuna pietà.
Ho già dato tutto. Adesso, per te, non ne ho più.

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Ridicoli Complotti #2: le scie comiche

March 18th, 2012 by Dimpemekug

fonte: md80.it; airliners.net

Non sono molti coloro che hanno sentito parlare delle cosiddette “scie chimiche”. Si tratta di un’invenzione di alcuni sfaccendati americani che, grazie alla rete, si è diffusa anche altrove, Italia compresa.
In breve, gli sciachimisti (così vengono definiti i credenti di questa teoria farlocca) sostengono che le scie di condensazione degli aerei di linea siano in realtà sostanze chimiche tossiche irrorate in tutto il mondo per ordine di un complotto mondiale segreto.

Vi fa ridere? È comprensibile. L’idea stessa di manovre segrete svolte nel bel mezzo del cielo sereno, dope possono essere ammirate da tutti, è assurda. Altrettanto squinternato è il concetto di un complotto che coinvolga le aeronautiche militari e civili di tutto il mondo.

Quanto sia idiota questa teoria complottista, è un fatto evidente. Non sorprende, quindi, il livello culturalmente imbarazzante dei suoi sostenitori.

Per esempio, quale scopo avrebbe questa immensa cospirazione? I complottisti non lo sanno spiegare. Hanno accumulato negli anni una grande varietà di presunti scopi, spesso in contraddizione tra loro, senza peraltro riuscire a presentare uno straccio di indizio reale su cui fondare almeno uno di essi. Alcuni esempi? La diffusione di malattie, il controllo demografico, il miglioramento delle comunicazioni militari, il peggioramento delle comunicazioni militari, l’aumento dell’effetto serra, la lotta contro l’effetto serra, la diminuzione della pioggia, l’aumento della pioggia, il controllo climatico, la generazione di eventi atmosferici violenti, il controllo mentale (sic) della popolazione, lo sterminio della popolazione, eccetera eccetera. L’importante è che sia uno scopo cattivissimo.

Questo scopo è dedotto in modo schizofrenico di volta in volta, sulla base di ciò che lo sciachimista di turno vede fuori dal suo terrazzino di casa, o in televisione. Se passa un aereo e c’è bel tempo, allora la scia serve a cancellare le nuvole ed impedire la pioggia. Se invece il tempo è brutto, la scia ha provocato il maltempo. C’è un uragano in Louisiana? Le scie chimiche servono come arma “climatica” (inutile spiegare loro la differenza tra clima e tempo atmosferico: non vogliono capirlo).

E ancora, se la partita in TV si vede male, sono le scie chimiche che impediscono le trasmissioni. Se lasci un bicchiere d’acqua sulla finestra e dopo una settimana l’acqua è sporca, è la prova che le scie chimiche rilasciano veleni. Se un tuo amico esce di casa ed il giorno dopo starnutisce, è colpa dei “nanomunghi” (qualunque cosa siano: nemmeno i complottisti sanno spiegarlo, dopo aver inventato la parola) che sono stati spruzzati per sterminare l’umanità…
Persino il terremoto in Giappone di un anno fa, l’alluvione di Genova e l’eruzione in Islanda sarebbero “prove” del complotto. Lo sciacallaggio sui cadaveri delle vittime di questi eventi non è impedito da scrupoli morali, evidentemente sconosciuti alla mente dei complottisti.

Devo sottolineare che le contraddizioni che ho evidenziato nella teorie non sono frutto di diverse “scuole di pensiero” sciachimiste. Lo stesso individuo complottista afferma tutte queste cose contemporaneamente, nello stesso articolo di blog o nella stessa conferenza, infischiandosene della coerenza concettuale e sprezzante del ridicolo. Tanto, chi crede a queste stronzate (nel senso di H. Frankfurt) non è abituato a pensare.

Fonte: http://bragwebdesign.com/contrails/faq.php. Questa foto della NASA mostra, usando del fumo per evidenziarne l'andamento, il vortice generato dalle estremità alari che si propaga nella scia dell'aereo.

Chi sarebbe coinvolto nel complotto mondiale?
Ovviamente l’aeronautica militare. Anzi, le aeronautiche militari. Tutte quelle del mondo. Oppure solo quelle dei Paesi “occidentali”, con interpretazioni più o meno estensive del termine (anche in questo caso, i complottisti non hanno una risposta univoca). E poi ci sono le compagnie aeree private, che si prestano ad irrorare durante i voli di linea. Ed i fabbricanti di aerei, che preparano falsi aerei di linea con serbatoi per le sostanze chimiche. Ed i piloti, che sanno tutto e deviano dalle rotte per avvelenare le città. Ed i controllori di volo, che vedono le rotte “sbagliate”, ma non parlano. Ed i meteorologi, perché spiegano le “strane” nuvole e le perturbazioni “anomale” come fenomeni naturali (i manuali di meteorologia, ovviamente, sono falsificati per dar ragione ai meteorologi). Per non parlare di Governi, banche, giornalisti, epidemiologi, mass-media e così via, fino a persone qualunque che semplicemente osano non condividere la stessa fede.

Tutte queste persone, enti pubblici ed aziende private sono oggetto da anni di continui insulti e di affermazioni diffamatorie da parte dei sostenitori della teoria del complotto. Probabilmente finirò presto pure io nella loro lista nera. Questo articolo sarebbe una colpa sufficiente. Del resto, lo considererei un titolo di merito: sarei in compagnia di amici, conoscenti ed eminenti personalità del mondo scientifico.

Tutti questi complici (milioni di persone, a occhio) cospirerebbero per diffondere malattie o per alterare l’equilibrio climatico… Ma perché accetterebbero di coprire un tale abnorme crimine che danneggerebbe in primo luogo gli stessi cospiratori? Autolesionismo? No, gli sciachimisti qui hanno una risposta precisa: 6000 euro al mese, pagati nientedimeno che dal Sovrano Militare Ordine di Malta. Adesso è tutto più credibile, vero?

[OK, adesso qualche minuto di pausa, in attesa che smettiate di ridere]

Malta probabilmente vuole conquistare il mondo, ma in segreto. E per mantenere il segreto, coinvolge milioni di complici che non parleranno finché saranno tanto lautamente pagati.

Per fortuna ci sono gli eroici complottisti che hanno svelato questa cospirazione. Un manipolo di disoccupati che passano le giornate guardando le nuvole e gli aerei che passano. E le serate a farsi seghe mentali.

Cercare una logica nelle affermazioni complottiste è impresa disperata. Ed ancora più assurdo della teoria è il fatto che esistano esseri umani tanto sprovveduti da crederci, abdicando ad ogni facoltà intellettiva razionale.

Provate! Provate a chiedere ad uno di questi (ma anche a più di uno: io l’ho fatto) perché ci crede. Per quale motivo trova credibile questa teoria. Risponderà con disarmante idiozia che “non mi servono prove: basta alzare gli occhi al cielo e porsi delle domande”.

Io ho alzato gli occhi al cielo. E mi sono chiesto quali droghe possa aver assunto uno per ridursi così. Giuro!

 

Per saperne di più:

 

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Ridicoli Complotti #1: la religione cospirazionista

December 19th, 2011 by Dimpemekug
Nuovo Ordine Mondiale (da http://zosotruthtalk.ning.com/)

I padroni del mondo (secondo i complottisti)

Saluto i lettori di questo blog e ringrazio la crew che lo amministra per lo spazio concessomi.
Da qualche anno seguo il mondo delle teorie complottiste, ovvero quelle reccolte di affermazioni prive di fondamento – spesso prive di senso – che dovrebbero, secondo i loro sostenitori, dimostrare l’esistenza di improbabili complotti mondiali. In questa rubrica mi occuperò di alcuni aspetti di questo fenomeno.

Chiariamo subito una cosa. Nessuno nega che nella storia dell’umanità siano state ordite delle cospirazioni. Sappiamo, però, che nessun complotto resta a lungo segreto e che più grande è il numero di coloro che vi partecipano, più alta è la probabilità che sia scoperto e sventato in fretta. Difficile quindi sostenere che – come affermano i sostenitori della teoria delle cosiddette “scie chimiche” – possa esistere una cospirazione che operi per decenni a livello mondiale, coinvolgendo migliaia di persone, senza defezioni, errori o tradimenti che rivelino il segreto.

In ogni caso, qualsiasi ipotesi di complotto (come qualsiasi ipotesi, in generale) dovrebbe fondarsi su fatti anomali, indizi e prove concrete che escludano spiegazioni di gran lunga più semplici e realistiche. Tutto ciò molto prima di formulare una teoria ed indagare per dimostrarne la fondatezza.

Per cestinare come spazzatura la quasi totalità delle teorie cospirazioniste, è di solito sufficiente verificare la prima condizione: esistono fatti o fenomeni anomali? Ad oggi, nessun sostenitore di queste bufale è stato in grado di presentare il minimo indizio in questo senso.
Sì, citano in continuazione una montagna di presunte prove (spesso definite “la prova di“, o “la pistola fumante“), Che però si rivelano invariabilmente frutto di ignoranza su specifici argomenti (i complottisti non sono mai esperti nelle materie che decidono di indagare) o banale incapacità di comprendere le fonti che si procurano. Non troverete mai, per esempio, un ingegnere strutturista esperto in grattacieli che concordi con la teoria del complotto sugli attentati alle Twin Towers di New York. Il teologo che l’ha formulata per primo probabilmente non ha mai progettato nemmeno una cuccia per cani. Allo stesso modo, nessun meteorologo riuscirebbe a non ridere di fronte alla paura di certuni per le scie di condensa che si formano dietro gli aerei. Pensate che un geometra disoccupato che ne parla da anni, usa il “gigabyte di watt” per misurarle, qualunque cosa sia.
Non sono affatto rari, infine, i casi di deliberata manipolazione delle fonti per adattarle alle proprie credenze.

Credenze” è una parola chiave. Il complottista non vuole scoprire la verità, ciò che desidera fortissimamente è che qualcuno gli creda. E per quanto assurda possa essere la sua teoria, ci sarà sempre in rete un babbeo tanto sprovveduto da credergli. S’instaura tra di essi un rapporto di tipo religioso fondamentalista. Il sacerdote/profeta rivela una “verità” che egli è l’unico in grado di vedere ed il fedele ci crede ciecamente, pur in assenza di qualunque riscontro con il mondo reale. Chi non crede al profeta, chi osa anche solo fare domande, chiedere chiarimenti, è immediatamente marchiato come infedele e quindi parte del complotto.

Fantasie complottiste: agenti provocatori (da http://www.fashionising.com)

Fantasie Complottiste

Si comprende facilmente come la fragilità psicologica dei credenti e la frustrazione dei “profeti” (spesso individui con una storia personale di fallimenti) possa sfociare in un estremismo anche violento contro i cosiddetti “disinformatori“, o “occultatori” (ossia, tutti quelli che spiegano l’inconsistenza delle varie teorie complottiste, denominati anche “debunkers”). Non si contano infatti gli episodi di diffamazione, calunnia, violazione della privacy e minacce via internet messi in atto dai sostenitori delle teorie complottiste. Provate a cercare un qualsiasi blog, sito web, canale Youtube, pagine e gruppi Facebook o forum online che affronti un argomento cospirazionista e potrete rendervi conto del linguaggio e del comportamento asociale di questi individui.

Nei prossimi articoli di questa rubrica, vedremo alcuni casi concreti di psicosi complottista. Nel frattempo, per scoprire questo mondo bizzarro in modo leggero e divertente, io vi consiglio di cominciare dal blog Perle Complottiste sul quale sono raccolte “le meglio fregnacce” cospirazioniste italiane.

Se avete curiosità particolari, domande o altro, potete usare la nostra pagina contatti.
Per ora chiudo qui.

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C’è ancora domani

May 10th, 2011 by VirQuam

E allora t’alzi di scatto dalla poltrona. Disperazione negli occhi. Afferri un paio di forbici… Sono troppo piccole. Cerchi quelle grandi, quelle affilate. Le trovi. Senza pensarci alzi il braccio, prendi nel pugno i capelli e tagli.

Fermo. Che hai fatto.
Nulla. Sei sempre in gabbia, inferocito per le ferite. Guardi le finestre. Giù in strada ci sono automobili. Lo sai che basterebbe un attimo solo? Farla finita. La morte è solo una scappatoia. L’ultima. Una scorciatoia sempre disponibile. Persino desiderabile. La includi tra i piani di fuga. Male che vada, resta l’estrema uscita. Saperlo ti tranquillizza. Curioso.

E allora ti siedi. All’improvviso hai perso ogni forza. Distendi le gambe. Ti sembra sia la prima volta dopo mesi di tensione e rabbia. Disperazione nella bocca. Vuoi una pausa. Non pensare, non pensare… Per carità, non farlo.
Pensi.

E allora t’alzi di scatto. Un diversivo. Cerchi quel bicchierino striato di rosso. E’ ancora là da ieri sera. La pigrizia è una catena. Fa nulla, gli dai una sciacquata rapida. Per qualche motivo apri l’acqua calda. La lasci scorrere sulle mani finché non le senti bruciare. Finché il dolore è troppo. Le lacrime restano negli occhi.

Asciughi quel bicchierino come un rituale. Come pulire una ferita dal sangue. Ci versi del cognac, per disinfettare. Poi sorseggi a lungo di fronte ad uno schermo che non guardi. Ripeti la cerimonia più volte. Mantra alcolico. Meditazione chimica. Disperazione liquida: finalmente puoi digerirla. Finalmente una pausa. C’è tempo domani per morire.

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Italia 150

March 17th, 2011 by VirQuam

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Giappone 2011: cosa è successo, cosa sta accadendo

March 16th, 2011 by VirQuam

Foto: Kiodo News | AP

Per chi volesse essere informato sugli eventi, segnalo una descrizione molto precisa e documentata degli eventi. Aggiornati al 15 marzo direttamente dai luoghi degli eventi.
Il post è sul blog “I pensieri del Fioba“. L’immagine è linkata ad una galleria che può dare l’idea di ciò che è il Giappone in questi giorni. Buona lettura.

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Jet d’eau

March 8th, 2011 by VirQuam

Badavo a dove mettevo i piedi ed alla macchina fotografica perché il camminamento di pietra era stretto. Se ci cammini da solo, va ancora bene, ma se incroci qualcuno devi fare attenzione a non cadere in acqua. Ci si scambia un’occhiata rapida per evitare pericolosi fraintendimenti e si passa. Un po’ come sui sentieri di montagna, ma senza salutarsi.

Lei era avvolta in un cappotto d’eleganza discreta. Nulla di appariscente in quella ordinaria fantasia bianca e nera. A sorprendere era il suo sguardo. Era un guardare vero, curioso. Umano. E, insieme, l’accenno di un sorriso, dentro una espressione insieme giocosa e imbarazzata. E un po’ triste. Sembrava dicesse, ridendo, “scusate se esisto, ma non è stata colpa mia”.
Mi trovavo quasi all’inizio del molo, tornavo sulla sponda. Lei andava verso il lago. Il tempo di incrociare il nostro cammino – tre, quattro passi – e quel contatto è finito. Peccato non poter fotografare le sensazioni e gli attimi.

Passano due minuti, o poco più. Un cappotto spunta alla mia sinistra, mi passa accanto e s’allontana camminando in fretta. Riesco a vedere il profilo e gli occhi. E’ lei. Penso che evidentemente non ha proseguito a lungo dopo avermi incrociato. Ed ora va via come avesse una urgenza. Sola. Viene da chiedersi dove. Perché.

Forse è un’artista. Eccola di fronte ad una tela, a dipingere emozioni troppo forti da esprimere a parole, con pennellate rapide, urgenti, con colori densi, schizzi sul viso, lacrime blu cobalto. Un’improvvisa ispirazione e subito via. Perché forse si possono fotografare le sensazioni e gli attimi, se si è abbastanza veloci.

Forse è solo una persona che scopri con stupore in mezzo a manichini dagli occhi opachi. L’unica che ti vede davvero.

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Una moneta e un uomo

March 5th, 2011 by VirQuam

(Foto: Aleks)

“Signore, mi dai una moneta?”
Seduto per terra, dava l’impressione di una qualche deformazione del corpo. L’età apparente era di una sessantina d’anni, ma forse erano le sue condizioni a farlo sembrare più vecchio. Ed io passavo di là per caso. Anzi, per capriccio. Avevo svoltato a sinistra una via prima solo per il gusto di cambiar strada.

“Una moneta sola, per favore?”
Mi chiedevo quanto denaro spiccio avessi con me, infilando la mano nella tasca sinistra dei pantaloni, quella dove tengo il telefono. Sapevo che là, tra le monete più piccole, doveva essercene anche qualcuna da uno o due euro. Non volevo lasciargli solo robetta da dieci o venti centesimi. Mi sarebbe sembrata una mancanza di rispetto per quell’uomo, poche briciole spazzate via da una ricca tavola… In verità, la mia tavola non è poi così ricca, ma, cazzarola, rinunciare a qualche euro non mi manderà certo per strada.

Afferro una manciata di monete, badando che ci fosse anche quella che al tatto sembrava essere da due euro. Col pugno semichiuso, ne deposito il contenuto direttamente nella mano dell’uomo, senza guardare. Lui mi ringrazia, poi osserva ciò che ha in mano. Ne approfitto per assicurarmi che ci sia anche Dante Alighieri.
Colto da qualcosa di simile al pudore, mi allontano in fretta, evitando lo sguardo curioso di una signora che mi viene incontro. La cosa m’infastidisce, avrei preferito non vedesse nessuno. Alle mie spalle sento la voce dell’uomo seduto a terra. “Tu sei un uomo buono”.

Non credo al karma, ai premi accumulati per l’altro mondo, alle buone azioni che poi ritornano guidate da un qualche genere di entità metafisica. Non esiste alcun dio che viene a salvarci nei momenti difficili.
C’era solo un uomo seduto a terra che chiedeva aiuto. Era un aiuto che a me non costava nulla. Eppure lui mi ha chiamato “uomo buono”, senza nemmeno conoscermi. A pensarci bene, quale ricompensa può valere di più?

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Eremiti del cordoglio

February 22nd, 2011 by VirQuam

Ti distrai
e non te lo spieghi nemmeno
sotto una luce forte.

Sette sono i soli
eremiti del cordoglio.

Uno, sembra una sciarpa
quella che usi come un flagello
per i tuoi malori stagionali.

Due, quello che vorrei evitare.
L’affronto peggiore
è vivere come cosa ordinaria.

Tre, uno scivolo nel campo di spine
che aspettano, spiedi passiti,
di trapassare occhi e innocenze.

Quattro, la sveglia del cane invisibile
che mangia pensieri indigesti
e vomita parole digerite a metà.

Cinque, ride guardandoti le gambe,
e tu credi di doverti offendere,
e invece ti scopri ancora un po’.

Sei, non preoccuparti del buio:
resta sempre una luce sul fondo.
Cortesia inutile per ospiti ciechi.

Sette, convinti di non essere gli ultimi,
illusione ridicola che resta
finché non ci si volta indietro.

22.02.11

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Nina, la pinta e l’omeopatia

February 7th, 2011 by VirQuam

La pinta

RisataFacile.it

Ieri sera (venerdì 4 febbraio) ho bevuto una pinta di birra analcolica. Tutto sommato mi aspettavo di peggio. Il sapore è lo stesso. Però mi sono accorto che mancava qualcosa. Quell’effetto dell’alcol che arriva puntuale quando bevo una birra, semplicemente, non c’era. La cosa più curiosa, però, è stata che per qualche minuto non l’ho notato. Al primo assaggio il mio cervello ha reagito come se fosse birra vera, come se ci fosse dell’alcol dentro.
Per pochi istanti ho subìto l’effetto alcolico di una bibita che alcol non ne contiene nemmeno un po’. E questo è avvenuto nonostante io sapessi benissimo che in quel bicchiere non ci fosse alcol. È avvenuto soltanto perché nella mia testa la birra è associata a quell’effetto.

Allora ho preso il libriccino nero degli appunti ed ho scritto:

Se ti aspetti qualche effetto da ciò che stai bevendo, proverai quell’effetto anche se non c’è.

Ho riletto la frase ed ho aggiunto appena sotto:

Anche se sai che non può esserci.

Non è un test scientifico, e nemmeno voglio spacciarlo come tale. È solo un appunto veloce che nella migliore delle ipotesi servirà ad aggiungere una battuta nel prossimo copione per il teatro. Però il principio del placebo, in effetti, funziona più o meno in questo modo:

La definizione del placebo più esauriente è probabilmente questa: «Placebo è ogni procedura deliberatamente attuata per ottenere un effetto o che, anche senza che se ne abbia nozione, svolge un’azione sul paziente o sul sintomo o sulla malattia, ma che oggettivamente è priva di ogni attività specifica nei confronti della condizione oggetto di trattamento. Tale procedura può essere attuata con o senza consapevolezza che si tratti di un placebo»
(Giorgio Dobrilla, Placebo e dintorni, Pensiero Scientifico Editore, 2004)

L’effetto placebo funziona anche quando il paziente sa gia’ che la pillola che sta per prendere non contiene alcun principio attivo.
(Il potere del placebo, Medicina in biblioteca, blog della biblioteca medica “Pinali”, Università di Padova)

Ora immagina…

Che cosa succederebbe se qualche medico o sedicente tale approfittasse di questo meccanismo per vendere finte medicine a guadagnarci tanti soldi senza fatica? Pensaci: tu riempi un sacco di boccettine di vetro con dell’acqua, poi stampi tante etichette con nomi in latino, che fa erudito, e ce le attacchi sopra. A questo punto ti metti a venderle sostenendo, per ognuno di quei nomi, che si tratti di questo o quell’estratto tutto naturale il quale guarisce questa o quella malattia.
Ricordati di vendere le tue boccettine d’acqua a caro prezzo, perché se costano poco gli acquirenti non ti credono.

Già, perché il punto è questo. Scopri con stupore che la gente non ti chiede cosa ci sia dentro. Al massimo ti viene a domandare quale “medicina”, e quanta, deve assumere per questo disturbo o quel talaltro malanno. Ti credono senza farsi domande. Le persone più stanno male, più sono disperate, e più sono disposte ad appigliarsi a qualunque speranza, anche la più improbabile.
Scopri che nemmeno devi preoccuparti dell’eventualità che, resisi conto che i tuoi preparati non funzionano, i tuoi clienti vengano a protestare o, addirittura chiedere indietro i soldi. Invece non se ne accorgono. Stanno ancora male, ma credono di star meglio bevendo qualche goccia della tua acqua. Semmai è colpa della dose sbagliata. Tornano per chiederti altri consigli. E per comprare altre boccettine.

E tu gliele vendi, mettendo a tacere quella flebile coscienza che pure tu resta. Con gli scrupoli ben nascosti sotto mucchi di denaro, non pensi alle conseguenze. E poi è solo un brutto raffreddore… che male vuoi che faccia? E poi chissenefrega se domani quel babbeo crepa di polmonite…

Adesso fermati un momento: che genere di persona si comporterebbe così? Tu lo faresti?
Se hai letto fin qui, forse hai già capito di cosa voglio parlare. Se è così, non dirlo ad alta voce: non tutti ci sono già arrivati e potresti rovinare la sorpresa agli altri lettori. Se invece fai parte di quel folto gruppo che ancora non l’ha indovinato, ti rivelo subito un altro dettaglio: i venditori di finte medicine esistono veramente, e pure le persone che credono di curarsi ed invece continuano a star male, a peggiorare ed a volte a morire.
Nel caso in cui tu sia ancora convinto che quanto ho scritto sia inverosimile, allora devo svegliarti: ti sbagli di grosso, e t’invito a continuare a leggere.

L’omeopatia

Mai sentito parlare di omeopatia? Si tratta di una parola che nasconde proprio questo traffico di rimedi fasulli per una lunghissima serie di malattie. Rimedi che non contengono assolutamente nulla: boccettine d’acqua o pilloline di zucchero senza nemmeno una molecola della sostanza annunciata dall’etichetta.

Questa pratica, evidentemente pericolosa per chi invece ha bisogno di curarsi davvero, purtroppo gode del supporto di grandi aziende multinazionali, irremovibili credenti e persino medici e farmacisti senza scrupoli (quando non sono scarsamente preparati, con buona pace della laurea che ammuffisce sul muro). La pubblicità concessa da giornali e altri media, grazie a giornalisti troppo spesso ignoranti, indifferenti (o entrambe le cose) in questioni scientifiche, completa il danno. Così spesso si tende ad associare ingannevolmente l’omeopatia ad una idea di medicina o di terapia. Nulla di più falso.

C’è un solo fatto scientificamente dimostrato ed accertato da centinaia di studi clinici: i rimedi omeopatici non hanno alcuna efficacia terapeutica.

Mentre scrivo (sabato 5 febbraio), è in corso una manifestazione mondiale di protesta contro l’omeopatia. L’evento si chiama “10:23 Homeopathy there’s nothing in it“, ovvero “Omeopatia, non c’è niente dentro“. Centinaia di persone in tutto il mondo eseguiranno un suicidio di massa. Esattamente alle 10:23 i volontari assumeranno fortissime dosi di “rimedi” omeopatici per dimostrare con un gesto tanto eclatante che… non c’è effetto alcuno. Perché a quell’ora? Il numero 10 elevato alla 23^, il numero di Avogadro, rappresenta la legge fisica che ci permette di stabilire con assoluta certezza che nei preparati omeopatici non c’è niente.

In Italia non ci sarà alcun “suicidio” omeopatico. Il CICAP ha scelto di evitare gesti tanto estremi, preferendo una comunicazione meno violenta, nel tentativo di fare informazione su questo argomento. Lunedì le redazioni online di Query, la rivista del CICAP, e di OggiScienza, web magazine di Sissa Medialab, pubblicheranno in modo coordinato una serie di articoli che si annunciano di elevato spessore scientifico.

L’iniziativa italiana, per ora solo annunciata, ha già tuttavia prodotto i primi effetti. Nel mondo dei sostenitori della pseudomedicina omeopatica, è già evidente una forte preoccupazione, espressa da violenti articoli scritti da omeopati che attaccano preventivamente la campagna di informazione sull’omeopatia. Hanno paura. Se qualcuno racconta in giro del traffico di boccette d’acqua, il venditore senza scrupoli si spaventa.

Bene, se hai seguito i link di approfondimento che ho sparso in questo testo, allora hai i mezzi per essere informato. Adesso la prossima volta che quel tuo conoscente ti spingerà a “curarti” con queste false cure, avrai argomenti solidi per rifiutare. E, chissà, magari sarai tu a guarirlo dall’omeopatia.

Nina

Ah, già, Nina. Ieri sera c’era pure lei, Nina, che crede all’omeopatia. Ha ascoltato la mia spiegazione fino in fondo, poi ha ribadito che secondo il suo punto di vista(?) l’omeopatia funziona e basta. La prova? Non ho appena detto che anche senza alcol, la birra fa effetto lo stesso? Come lo spiego?

Per la verità l’avevo appena fatto, ma non puoi raccontare ad un credente che Dio non esiste. Non ti crederà mai. Per non litigare, io ho preso un altro argomento e lei un’altra birra. Con alcol.

Per approfondire

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Le menzogne degli astrologi raccontate da una giovane scettica

January 23rd, 2011 by VirQuam

Non è mia abitudine, ma questa volta devo esprimere il mio più sincero apprezzamento per l’articolo di un altro blog. Rigore scientifico, vivacità dello stile e piacere di lettura: elementi che raramente si ritrovano contemporaneamene nello stesso scritto.

Supergiuggiola, ha pubblicato uno splendido post sul suo blog “A little Skeptic, pensieri ed esperienze di una giovane scettica“. L’argomento sono le evidenti menzogne che gli astrologi continuano a propinare attraverso giornali e televisioni. Non avrei saputo scrivere un “pezzo” più chiaro ed efficace, quindi vi consiglio caldamente di leggerlo.

Gli sprovveduti che credono agli astrologi, questi venditori di fumo, letteralmente ciarlatani, dovrebbero capire una buona volta che ogni centesimo speso per oroscopi e simili stronzate è denaro sprecato ed un insulto all’intelligenza umana.

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In forma di foglia

December 27th, 2010 by VirQuam

(Foto: Aleks)

 

Era una sera in forma di foglia
che lasci d’un passo lontani gli affanni
che canti le sedie, incroci esistenze.
Era una sera di cui avevi voglia.

Poi le parole fuggite al bicchiere
quello che veri ha verbi e soggetti
quello che ride e fa versi pagliacci.
Che svela pensieri in fondo al bicchiere.

Ed ora non dorme quel cuore ch’è stanco
s’è messo a pensare e non è capace
s’è messo a cantare e non ha la voce.
Ed ora non dorme, sta sveglio s’un fianco.

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La materia di cui sono fatte le auto

December 19th, 2010 by VirQuam

Foto Aleks

Pausa pranzo.

Vado a ritirare un pacco in fermo deposito presso la sede di un corriere. Dentro ci sono tre libri [1. Per la precisione: "Sulla scena del mistero, Guida scientifica all'indagine dei fenomeni inspiegabili", di Stefano Bagnasco, Andrea Ferrero e Beatrice Mautino, Sironi, 2010;
"L'innaturopata", di Francesco D'Alpa, Montedit, 2004;
"La squadra dell'impossibile. Il complotto di Frankenstein", di Massimo Polidoro, Piemme, 2010] comprati via internet. Torno verso il lavoro, parcheggio e mi trattengo in auto per aprire l’involto e per vedere e sfogliare i volumi. Comincio a leggerne uno.

Diverse persone passano a piedi. Più di qualcuno si volta a guardare la mia nuova automobile. Uno in particolare attira la mia attenzione. E’ un tipo dall’apparenza del tutto normale. Jeans e giubbotto corto, mani nella tasca dei pantaloni e sulla testa tonda un berretto di lana come quelli che s’usano sulle piste di sci. Tonalità dominanti azzurro chiaro e grigio.

Noto che squadra con particolare interesse la mia nuova Alfa Romeo. Quando la supera, si ferma e la osserva da dietro. Rossa, fa un gran bell’effetto. Poi prosegue. Ma solo per poco, perché si ferma e torna indietro per guardare ancora. Poi si allontana di qualche passo per osservare lateralmente la bella linea sportiva della mia Giulietta.

Sono stato immobile ad osservarlo dagli specchietti per tutto il tempo. Ora però mi viene da sorridere ed alzo la testa a guardare lui. Lui si accorge di me ed assume all’istante un’espressione imbarazzatissima. Subito riprende la sua strada allontanandosi.
Prima, però, si gira per un’ultima occhiata.

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23.11

December 15th, 2010 by VirQuam

Il Mattino, 25 novembre 1980

Non era un giorno come gli altri, quel giorno. Non era una sera come tante. Del resto le ricorrenze sono sempre così, distinte, evocative.

Al terremoto sono sopravvissuto. Ma dal terremoto non si smette mai di fuggire. Continua ad essere presente. Anche dopo trent’anni. E’ come un continuo, cupo, impercettibile tremore che non c’è ma si sente ugualmente. Lo senti quando sei in piedi e per un attimo credi di avvertire qualcosa. Oppure quando senti vibrare la scrivania appoggiandoci le mani, o quando osservi la superficie dell’acqua di una bottiglia, quando sei sveglio, nel letto, e percepisci i battiti del cuore che scuotono il materasso. Ogni volta t’irrigidisci e per un momento ti chiedi se quella che avverti è una scossa di terremoto, cerchi un lampadario per vedere se oscilla, tocchi una parete per cercarne i minimi sussulti.

Il terremoto è un insegnante. T’insegna che nulla è sicuro, che in ogni istante si può perdere tutto. E te l’insegna con una sola, brevissima, lezione. Una volta per tutte. Ti abitui a considerare tutto come instabile, temporaneo, in procinto di crollare. La vita come un viaggio. Il viaggio come unica verità stabile.

Dove sono arrivato in questi ultimi trent’anni?
In questo giorno che non è come gli altri, proprio nella sera del trentennale, diversa dalle altre come tutte le ricorrenze, ho raggiunto traguardi importanti. Come sono tutti i nuovi viaggi quando cominciano.

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Tracce di fango

November 23rd, 2010 by VirQuam

musica: “Potrebbe essere sera“, L. Battisti, 1990


(Foto: Aleks)

Sempre un solo passo, e nemmeno troppo lungo.
Il giorno dopo osservi due tracce di fango secco sulla scarpa. Curioso come possano avere un significato. Immagini di una stanza al semibuio. Una tavolata lunghissima ed una corona di sedie. Diverse. Occhi e denti, mani e bicchieri, capelli scossi e legature lente.

Osservi pochi volti. Quelli che si lasciano vedere dietro le maschere. Degli altri non t’importa. Così la posizione scomoda dei ginocchi può a tratti diventar comodissima. Diventare un gioco sbadato, di quelli che dimentichi mentre stai giocando. Di quelli che quando ti ricordi vorresti rigiocare, ma è già tardi. S’è già fatta ora d’alzarsi. Avresti dovuto parlare prima.

Si dispiegano voci e code. C’è chi fa la ruota, chi la scopre e già immagina lunghi viaggi. C’è chi si copre per uscire al freddo. Nel giardino non c’è una rosa. La luce taglia ombre su nasi e dita. Incandescenza di tungsteno. Tu esci senza coperte, ti sveli un poco per farti imitare. Ci si studia sempre in queste occasioni. Ma si rimanda l’esame il più possibile. Non sai mai se tocca a te rispondere o far domande. Nel dubbio facciamo un solo passo, nemmeno troppo lungo. Finisci per tornare a casa con quelle due macchie di fango secco sulle scarpe.
Curioso come, il giorno dopo, possano assumere un significato.

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Ti ha visto sparire

September 20th, 2010 by VirQuam

(Foto: Aleks)

Sei lì, seduto al tavolo di un ristorante. Osservi lei che siede di fronte. Lei parla di qualcosa che un attimo prima ti sembrava interessante, ma adesso nemmeno ti ricordi cosa fosse. Non ascolti più. Rispondi frasi prefabbricate che hai imparato a riciclare in queste situazioni. Nel frattempo ti chiedi chi sia questa tizia. Ti chiedi perché siete qui, allo stesso tavolo. Il passato va lasciato nel fondo dei cassetti.

Andamento lento. Ricordi vagamente di aver atteso questa serata. Forse avevi addirittura delle aspettative. Di certo, ora vorresti che finisse in fretta. Ma non puoi alzarti e tornare a casa. Devi restare, sforzarti di sorridere. In fondo ci sono situazioni peggiori. Adesso non te ne viene in mente nessuna, però sai che ci sono…

Un racconto da monologo comico. Ti viene da ridere. Lei pensa che sia per le sue parole e risponde al sorriso. Meglio così. Sarebbe scortese mostrare di annoiarsi. Una noia mortale che ti fa venir voglia di fuggire urlando nella notte. Notte? Saranno nemmeno le dieci di sera. Pare d’esser qui da ore. La tortura è ancora lunga.

Guardi il vino nel bicchiere. Non sarà una via di scampo, ma almeno è un diversivo. Lo svuoti e per un momento ti senti bene. “Non c’è scampo”: se parlassi di un cocktail sarebbe una battuta divertente.

Sorridi ancora e la guardi per vedere se si è accorta della tua distrazione. Lei ti sta parlando della sua seconda laurea e della prossima nuova professione. Senti che è arrivato il momento di intervenire, se non altro per mostrare d’essere presente. Ti esce una banalità di cui in un altro momento ti vergogneresti. In realtà pensi “era ora che ti mettessi a lavorare, alla tua età…”. Dubiti se sia il caso di dirglielo. Nel dubbio taci senza acconsentire.

Nella vita tutto finisce. Basta aspettare ed aver pazienza.
Ti disponi stoicamente ad affrontare quel che resta del sabato. Quando esci dal ristorante già ti sembra d’essere più vivace. Forse è stato il caffè. E poi la tua compagna non è affatto male, quando tace. Sarà per questo che l’idea del cinema ti attrae tanto. In auto, scendi verso la città leggermente di fretta per non perdere l’ultimo spettacolo.

Ora ricordate i tempi dell’università, quando eravate amici. Già, e adesso che cosa siete? Non lo sai. E non glielo chiedi: potrebbe rispondere. La conversazione si fa piacevole. Andamento rock. Non al punto da cambiare programma, ma tanto da durar fatica a smettere le chiacchiere quando comincia il film.

Ritrovi la noia del ristorante. Devono essere gli scampi. Attendi la fine sonnecchiando a tratti. Fingi d’essere sveglio e presente solo quando lei si gira a guardarti. Talvolta rispondi allo sguardo atteggiando un sorriso. Il buio aiuta le operazioni segrete.
Torni ad interrogarti su di lei. Su di te. Poi le luci si riaccendono. Non hai voglia di parlare. Lei azzarda un commento sulla pellicola. Commento banale, ingenuo, superficiale. Non hai voglia di rispondere. A quest’ora no.

Chiudi la serata con frasi di cortesia, l’unica possibile. L’estate è agli sgoccioli. Ma non è per questo che l’atmosfera è così fredda. Il saluto finale ti lascia un vuoto di senso. Ci sentiamo, dici. Ma anche no, pensi. Un brivido ti scuote. Accendi la radio, alzi il volume, lasci piano piano la frizione mentre acceleri con l’altro piede.

Se lei ti guarda, ti vede sparire.

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Disservizi alle Poste Italiane

August 23rd, 2010 by VirQuam

Io: Guardi che ne sono sicuro: non c’è alcun errore. Il codice è giusto.
Lei: Ma io leggo errore, quindi è il cliente che ha sbagliato.
Io: Senta, è già successo in un altro ufficio postale, là però l’impiegato s’è informato ed ha scoperto che aveva inserito male i dati su quelle colonne.
Lei: E io come posso sapere queste cose, se non me le dicono?
Io: Non credo che sia compito mio spiegare a voi come dovete lavorare, non può essere un problema mio. So soltanto che questo modulo è compilato correttamente.
Lei: Deve essere sbagliato, perché la macchina non l’accetta.
Io: Senta, mi ridia il modulo, così vado in un altro ufficio postale, dove gl’impiegati sono meglio informati. Non ho tempo da perdere…
Lei: Ma è il computer che mi dice che c’è l’errore, non c’è niente da fare.
Io: Ho già spiegato che è una questione di inserimento dei dati, sta a voi informarvi. Io so che i dati sono corretti, e pago per questo servizio. Se non vuole informarsi, allora mi dia quel modulo e vado altrove.

Siamo all’ufficio postale della Fiera a Verona. Ho dovuto insistere a lungo per farmi restituire quel modello F24. Stavo lottando con l’impiegata di PosteItaliane per riuscire a pagare le tasse. Questa tizia ha inserito i dati nel terminale ricevendo un’indicazione di errore nell’inserimento delle date. Non capisce il senso del messaggio – forse nemmeno lo legge – ma conclude arbitrariamente che se c’è un intoppo, non posso che essere stato io a sbagliare.

Un paio d’anni fa è avvenuto un problema analogo, in un altro ufficio. Ricordo che l’impiegato si era messo al telefono per capire il problema ed aveva scoperto che si trattava solo di una questione di formato dei dati. Provo a spiegarlo a questa ottusa vecchia strega, ma non riesco a terminare nemmeno una frase: lei ripete che il computer ha scritto “errore”, quindi non c’è scampo.

È già l’una passata, gli uffici chiudono entro venti minuti ed è il giorno della scadenza. Ed io sto litigando con questa tizia che non vuole restituirmi il mio modulo. Devo alzare la voce. Lei si convince, sparisce per qualche minuto e poi torna trionfante: ha parlato con “uno esperto” che le assicura che c’è un errore del cliente. Reprimo un vaffanculo ed il mio tono, quando le dico ancora una volta che rivoglio il mio dannato modulo F24, deve aver assunto una qualche sfumatura decisamente cattiva, perché finalmente si decide a restituirmelo.

A poche centinaia di metri di distanza c’è un altro ufficio postale, quello di via S. Teresa. Entro, non c’è nessuno in fila. Spiego all’impiegata cosa devo fare e quale problema ho avuto con la sua collega. Lei inserisce i dati, mentre un altro impiegato (che mi conosce: sono cliente assiduo) si avvicina per dare una mano. Costui legge tutto il messaggio di errore, e lo fa ad alta voce: testualmente, si tratta di un “formalismo” errato nella compilazione del campo “data”. È specificato chiaramente che “il campo richiede quattro cifre”.Che vuol dire? Che l’impiegata incapace doveva scrivere “0006″ per indicare il mese di giugno, “0005″ per maggio, e così via. Alla vecchia strega dell’altro ufficio sarebbe bastato leggere e capire la frase in italiano per arrivarci. O, al più, leggerlo a me, in modo che glielo potessi spiegare io.

In un paio di minuti concludo il pagamento ed esco.

Io posso anche capire che un impiegato delle poste sia costretto a fare il bancario nella completa ignoranza di questi argomenti. Posso, sforzandomi, dimenticare per un momento che da anni pago un servizio a questa azienda che non è in grado di fornirmelo a dovere. Posso addirittura, forse, non incazzarmi se l’impiegato non è capace nemmeno di compilare un campo data sul suo terminale in modo meno inconsapevole di quanto farebbe una scimmia.

Ma non posso in alcun modo accettare l’arroganza di questi stupidi che non accettano nemmeno di considerare l’ipotesi che possano essere loro a sbagliare.

Non aggiungo nulla. La disavventura si commenta da sé.

PS: No, non sono tornato nel primo ufficio postale a sbattere in faccia alla vecchia strega il suo errore. Avevo cose più importanti da fare. Ma probabilmente ci hanno pensato i colleghi più svegli, cui ho raccontato gli eventi. Loro mi hanno chiesto in quale agenzia era avvenuto.

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Hai fallito, stronza

August 22nd, 2010 by VirQuam

Hai fallito, stronza.

Potrei usare altri termini, o giri di parole. Potrei usare il mio consueto elegante eloquio. Potrei limitarmi a mandarti prosaicamente a quel paese. Già, potrei. Ma non voglio. Non vale la pena cercare espressioni alternative per rappresentare il mio disprezzo. Non m’interessa. Devo solo raccontare questa cosa. Mi basta descrivere la semplice e banale realtà: tu hai fallito, stronza. E te lo sei meritato tutto, questo fallimento.

Detto da me fa tutto un altro effetto, vero? La senti l’ilarità nella mia voce mentre te lo ripeto?

Per gestire un gruppo di persone servono qualità umane che tu non sei in grado nemmeno di simulare. Perché sono qualità di cui nemmeno concepisci l’esistenza. Se tu fossi in grado di provare un sentimento umano, sarebbe l’odio. E sono sicuro che non sapresti distinguerlo da una scheggia nella mano. Quindi ti limiti a detestare gli esseri umani quando non ti servono. Come fossero cacciaviti e chiavi inglesi. Li cerchi solo quando hai bisogno di usarne qualcuno.

Mi hai usato per raggiungere i tuoi scopi. Brava, mi hai imbrogliato per bene. Hai mentito, hai tradito chi t’era amico, hai approfittato della fiducia che ti veniva concessa, hai simulato ciò che non sei per rubare tutto il possibile e poi fuggire col bottino. Credevi d’aver guadagnato qualcosa? Forse lo credevi. Forse addirittura lo credi ancora. Illusa. Tu hai fallito.

Sono passati quattro anni solamente. Ed ora guardati le mani. Vedi? Non hai nulla, se non un clamoroso fallimento. Le persone che ti conoscono meglio ti considerano un’essere ignobile e ti hanno abbandonata. Sei sola. Chi sopporta la tua presenza, ci riesce perché in fondo è un’estraneo. Sola.

Sono passati quattro anni, ed io ho ancora tutto ciò che credevi di aver rubato. Sai, non ho bisogno di essere il padrone di casa per essere invitato ad entrare. Non ho bisogno di dirigere uno spettacolo per avere la stima di chi dirige. Non ho bisogno di rubare il lavoro altrui per avere qualche idea. Non mi serve fingere per avere degli amici veri. Questa è la differenza tra noi. Ed è per questo che senza di me hai perso tutto.

Te lo scrivo adesso, dopo quattro anni, ma con identico disprezzo. Lo scrivo ora, con la soddisfazione di veder stroncare il tuo pessimo lavoro dalla critica, proprio mentre io raccolgo il successo insieme al miglior gruppo con cui abbia mai lavorato. Mentre raccolgo l’approvazione di persone competenti. E soprattutto raccolgo la stima sincera di persone che stimo.

Lo so, il valore di tutto questo forse non sei in grado di capirlo, tantomeno di apprezzarlo. Ma vedi, è proprio per questo che hai fallito, stronza. E lo scrivo con animo faceto e gongolante.

VQ

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Berlusconi indagato per strage mafiosa

August 7th, 2010 by VirQuam

Ha ucciso per arrivare al potere?

La notizia circolava già da qualche tempo. Ma era (ed è) troppo difficile da accettare. Per quanto tutti noi (noi: persone oneste) abbiamo ritenuto da sempre Silvio Berlusconi un criminale, ci sono limiti che non si vorrebbero mai oltrepassare. Sapere dell’esistenza di prove che coinvolgono il capo del Governo italiano nelle stragi mafiose è dura da accettare.

Corruzione, compravendita di voti, degradazione morale, evasione fiscale, leggi ad personam, furti e sopraffazioni, eversione antidemocratica, tutte malefatte che da anni noi (noi: persone oneste) ci siamo abituati a collegare a Silvio Berlusconi ed alla combriccola di condannati impuniti che costituisce il suo partito (quello che noi persone oneste chiamiamo “associazione a delinquere”). Ma noi eravamo troppo onesti per immaginare quanto sta avvenendo.

A quanto pare la fuga dal partito berlusconiano di Fini e di altri esponenti politici potrebbe essere dovuta alla bomba criminale che sta esplodendo. Berlusconi e Dell’Utri (già condannato per mafia) sono indagati nell’inchiesta per la strage mafiosa di Firenze del 1993. Sarebbero tra i mandanti.

Chi ha votato per Berlusconi e per i suoi partiti-farsa negli ultimi sedici anni li ho sempre considerati dei babbei con picchi di idiozia criminale. Questi fatti vanno al di là della mia immaginazione. Leggete e riflettete:

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