Mesmer nella Giulietta

L’altra sera, tornando dal lavoro, ho notato una Giulietta rossa parcheggiata sotto casa. La stanchezza aveva allentato le briglie della ragione e l’ora tendente al buio rendeva meno timide le illusioni. Per un attimo ho creduto di star guardando la mia auto, ferma a sei metri di distanza, anche se ci stavo dentro, guidandola.
Come se il tempo si fosse perso in un quadro di Escher. Un momento di autentico stupore. Ho sorriso.

Ora fermati. Non leggere oltre, chiudi gli occhi e cerca di immaginare la sensazione.
Fatto? Bene, puoi continuare.

Venerdì scorso ero a Torino per il Corso base di mentalismo di Mariano Tomatis e Francesco Busani. Se dovessi spiegare cosa ho imparato, racconterei questo episodio. E direi che è questo che fa un mentalista: crea attimi di stupore. Ti fa dubitare della realtà. Una specie di attore coi superpoteri.

Se stessi scrivendo una recensione, potrei parlare della disponibilità e dell’attenzione con cui Francesco e Mariano hanno trattato i vari argomenti del corso, le tecniche di quest’arte, la sua storia, il rigore etico che deve accompagnarla. Potrei scrivere un elenco degli ospiti eccellenti che hanno arricchito le tre giornate. Potrei anche magnificare le due serate spettacolari(*) organizzate per il dopo cena e aggiungere dettagli ed effetti speciali.

Però questa non è una recensione. Sto soltanto raccontando sommariamente che sono stato ad un corso e che ne sono tanto soddisfatto da scriverne. Mi rendo conto che se hai letto fino a qui, probabilmente vuoi sapere se il corso valeva la pena di essere frequentato.
Vuoi sapere se il costo era adeguato al suo valore? Domanda volgare, ma comprensibile. Beh, non lo è: questo corso vale molto di più del suo prezzo. In modo sproporzionato.

Quindi, se ti interessa il mentalismo e se il corso di Mesmer dovesse arrivare dalle tue parti (dopo Milano e Torino, toccherà a Roma), allora approfittane. Non mi risulta ci siano iniziative simili in circolazione. E se ti fai sfuggire l’occasione…

Potresti passare davanti alla tua Giulietta, senza notarla. Non ti accorgeresti di nulla e la tua vita non ne risentirebbe minimamente. Ma ti saresti perso quell’istante di autentico stupore. E quel sorriso.

Non ho altro da aggiungere. Voglio solo sottolineare ancora quanto sia stato piacevole esserci, grazie a Mariano e a Francesco.

 

(*) Sabato sera, oltretutto, il Napoli ha vinto 7-1 in trasferta. Se non è spettacolare questo, non so.

Esco un attimo

 Un paio d’ore e torno a casa. Come no.
C’era freddo, buio e l’influenza era ancora ospite non pagante. Un paio d’ore al massimo, dài, poi torno subito. Mi serve del cibo non surgelato. E un po’ di aria fresca. Dopo quattro giorni di assedio, il pane ci manca.
In effetti, tra uscire, acquistare, camminare, avevo fatto in fretta davvero. Un’ora dopo ero uscito dal centro commerciale con un sacchetto per mano. Nel parcheggio semivuoto, l’auto si notava appena. I lampioni erano gialli e distanti. L’inclinazione era strana, ma distinguevo la sagoma di un tombino, di quelli concavi, sotto la ruota. Ovvio che un lato sia più basso di qualche centimetro.

Così parto, pregustando la serata. Sento che l’auto ha reazioni più dure del solito. Rallento. Percorro al massimo un centinaio di metri fuori del parcheggio. Mi viene un dubbio. Mi fermo. Scendo. Osservo. Bucata. La posteriore sinistra è bucata. Ma porc… proprio oggi. Tossisco. Sposto l’auto fuori dalla carreggiata. Mi soffio il naso. Mi faccio domande appropriate.

E adesso? Chiudo gli occhi. Mal di testa. Tossisco. Ho la voce di Lurch, il maggiordomo.
Apro il cassetto del cruscotto e cerco il contratto di assicurazione. Eccolo. Trovo il numero e chiamo l’assistenza stradale. Di là una voce mi chiede nome, targa, modello, mi dice la via, le dico la via, quaranta minuti. Quando mi chiede se ho la ruota di scorta dico no, è una di quelle auto che non c’è spazio nel bagagliaio… In verità vi dico, il ruotino c’è. Ma non ho voglia di andare in giro con quella pseudoruota spaventosamente sottile. Ancora meno di mettermi a montarla al freddo e al buio. Con l’influenza. Tossisco. Mi soffio il naso. Aspetto.
In fondo poteva andar peggio. Poteva piovere.

Seduto in macchina, mi rendo conto che sono sudato. Forse è l’aspirina che fa effetto. Esco e cammino un po’. C’è un campo da calcio. Si allenano. Che noia. Conto i passi che faccio. Quaranta minuti dopo arriva un tizio sul carro attrezzi. Eh, è proprio a terra, dice. Mi arrendo a tanta sagacia. Dove ti porto, dice. Gli dico l’officina vicino casa. Mi ci porta. Sbaglia strada due volte, poi lo guido io, ma mi ci porta. Naturalmente l’officina è chiusa, sono quasi le nove di sera. Parcheggio l’auto di fronte e saluto il cocchiere.

Prendo i sacchetti dal bagagliaio e m’incammino verso casa. Saranno trecento metri. Ormai sentivo freddo, camminare mi riscaldava. Lungo la strada il telefono ha vibrato di gioia: dice hai raggiunto l’obiettivo giornaliero. Ridendo e scherzando ho fatto sei chilometri di passeggiata, oggi. Che culo, rispondo rauco.
La foto successiva sono io che evito i cumuli di neve ghiacciata davanti casa. Apro il cancelletto, poi attraverso il cortile. E finalmente apro il port… no. Aspe’ riprovo… no. La chiave non è entrata. Non c’è luce. Ma è la chiave giusta? Sì, è lei. Ma allora… non sarà che… merda. Nella serratura c’è un pezzo di chiave. E io non posso entrare.

Non mi smarrisco. Cerco il nome dei vicini di pianerottolo sul citofono, suono, risponde lui, gli spiego il problema, mi apre. Quando arrivo alla mia porta è lì che mi aspetta. Gli dico cosa è successo, lo ringrazio, ci scambiamo qualche parola, un sorriso ed entro in casa mia.
Tornare, sono tornato.

H7 for beginners

L’anteriore destro, gli ho detto. Mi ha chiesto di aprire il cofano e accendere. Si è messo ad armeggiare ed ha estratto la lampadina. Con quella in mano, se n’è andato. Poi è tornato fuori con una nuova.

I successivi otto minuti sono trascorsi con il suo braccio infilato nel vano motore ed il resto di lui che si contorceva in diverse varianti della posizione del foglio accartocciato. Di tanto in tanto sbuffava, tirava fuori la mano con attaccata la lampadina, le regalava un’occhiata perplessa e poi daccapo. Ha fatto così finché negli occhi gli si è accesa una nuova determinazione. Ed è tornato dentro, la lampadina poggiata sul coprimotore.

È uscito armato di un’attrezzo lungo e flessibile. Con la lampadina nell’altra mano, si è rituffato nella macchina. Ha assunto nuove posizioni cui non sono riuscito a dare un nome. Ho pensato alla pioggia nel pineto. Su le soglie del garage non vedo movenze che assumi umane, ma posizioni più nuove, che fannoti le gambe e la faccia assai strane.

Mi ha guardato, l’ho interrogato con lo sguardo, mi ha chiesto di spegnere, ho spento e si è acceso. Poi mi ha chiesto di accendere, ho acceso e si è spento. Ha detto qualcosa a proposito di un “problema di fili”. Gli ho fatto presente che poco fa c’era solo una lampadina da cambiare. Ha indossato la faccia imbarazzata, ha detto che sì, quella era rotta… poi è andato a chiamare uno bravo. Meno giovane, per lo meno.

Quello bravo è arrivato con un apparecchietto, ha aperto la scatola dei fusibili ed ha collegato qualcosa. Poi ha anche pinzato la carrozzeria con un cavo per scaricare a terra eventuali sovraccarichi. A questo punto ha spento, sostituito un fusibile e ha riacceso. Quello giovane ci ha riprovato, con la lampadina tra le dita. Poi si è arreso. Con l’aria di un bimbo che sta per piangere, l’ha messa sul coprimotore, ci ha appoggiato accanto la molla di ferro che la tiene ferma nel faro ed ha mormorato al suo salvatore: “devo fare il corso”. Che tenero. Salvatore ha annuito, poi ha montato la lampadina, ha detto spegni, ha detto accendi, ha detto fatto ed è andato via.

Adesso i fari della mia macchina si accendono tutti e due.
Il giovane, lo vedo spento.

Natale a casa Randolf

 Quello che segue è un racconto strano. L’ha scritto John Lennon e fu pubblicato nella sua prima raccolta di racconti. Esattamente un anno fa, ho provato a tradurlo dal testo originale. Era pubblicato sulla pagina Facebook di Virquam, ma vale la pena aggiungerlo anche al blog.

Ah, non ci sono errori di ortografia: ho solo tentato di riprodurre i nonsense della versione inglese.

 

 

La festa di Randolf

Era Navale, ma Randolf era solo. Dove erano tutti i suoi buoni amici Bernie, Dave, Nicky, Alice, Beddy, Freba, Viggy, Nigel, Alfred, Clive, Stan, Frenk, Tom, Harry, George, Harold? Dove erano in questo giorno?
Randolf cercò triste il suo unico carretto di Namale di suo padre, che non viveva lì.
“Io non riescio a capire questo essere così solamente solo proprio nell’unico giorno dell’anno quando uno si spetterebbe perlo meno un amico o due?” pensava Rangolf.
Comungue continuò ad appentere le degrazioni e le tantaguri.
Tutto all’imprevisto ci fu un agliegro brillo al calamarello della porta. Chi mai potrà mai essere a bussare alla mia porta? La aprì e chi ci stava mai lì chi c’era mai se non solo i suoi amici? Non erano Bernie, Dave, Nicky, Alice, Beddy, Freba, Viggy, Nigel, Alfred, Clive, Stan, Frenk, Tom, Harry, George, Harolb?
Prego entrate vecchi amici colleghi compagni. Con un gran buffettone in faccia Randoff diede loro il benvenuti.
Loro entrarono ritento e sgherzando urlando “Don Naturale, Randoob.” ed altre cordialità, e poi tutti zomparono su di lui e lo colpirono con terrificanti mazzate in testa urlando “Non ci sei mai piaciuto in tutti questi anni che ti abbiamo conosciuto. Non sei mai stato uno di noi, testa molle.”
Sapete, lo ammazzarono, ma almeno non morse solo, no?
Buon Natrale, Randolph vecchio compagno amico.

(John Lennon, In His Own Write, 1964)

WordPress e l’alibi del “Keep It Simple”

Foto: www.rdnflorida.net

Gli informatici mediocri pretendono di potersi occupare di ogni ramo dell’informatica. La verità è che l’estrema specializzazione e la vastità di questo settore non consentono l’esistenza di tuttologi. Si supporrebbe che un professionista sia in grado di rendersene conto, ma i fatti mostrano che purtroppo non sempre è così.

Durante il 2016 ho assistito ad un esempio clamoroso in questo senso. C’è un informatico che incaricato della costruzione e manutenzione del sito web per conto di una associazione, senza però avere esperienze significative come webmaster su piattaforma WordPress. In questo ambito, io ho una certa competenza (uso WordPress da dodici anni), così è stata chiesta la mia assistenza. Ho accettato di buon grado.

Per qualche tempo le cose sono andate bene. Poi, le mie indicazioni hanno smesso di essere tenute in considerazione. Le modifiche che ho proposto, essenziamente con lo scopo di rendere i contenuti raggiungibili dai visitatori senza complesse ricerche, sono state ripetutamente ignorate. Con scuse poco consistenti.

“Le modifiche sulla Home Page non possiamo farle, altrimenti quando aggiorniamo il tema, ce le perdiamo.”
Ho ovviamente fatto presente che di solito si usa un Child Theme dove riportare le modifiche, in modo da poter aggiornare senza problemi il Parent. Anzi, avrebbe già dovuto esserci anche qui.
“Il Child Theme no, non risolve, perché i file da modificare non vengono copiati anche nel tema derivato e dovremmo comunque modificare il genitore.”
Se conoscete WordPress, sapete che questa cosa qui è falsa. Io suppongo che, chi ha pronunciato questa frase, semplicemente non ha mai usato un Child Theme WP in vita sua.

Poi c’è la risposta che ho ricevuto più spesso, prima di lasciare del tutto l’assistenza a quel sito e a quel webmaster improvvisato. La risposta che più mi ha dato la dimensione del dilettantismo. A proposito della possibilità di aggiungere un plugin che consenta i post con più autori, della creazione di Custom Post Type per gli eventi organizzati dall’associazione, del gestire gli articoli divisi in più post successivi e di altre simili piccoli problemi, diceva: “Poi diventa complicato da gestire. Seguo la filosofia del Keep it Simple and Stupid. Lo faccio semplice così funziona.”

Qui è usata una espressione, nota agli informatici, in modo del tutto improprio. Non so se per ignoranza del suo significato oppure come (pessima) spiegazione al posto di un più sincero e professionale “non lo so fare“.
L’espressione “Keep It Simple, Stupid” (mantienilo semplice, stupido!) è nata nell’ambito della programmazione, per ricordarsi di scrivere il codice nel modo più lineare possibile, così da facilitare la ricerca di errori, la manutenzione e l’aggiornamento del software. Nessun informatico serio si sognerebbe di deformarne il senso per giustificare il non voler aggiungere funzionalità ad un software (o ad un sito).

Se un visitatore arriva sul tuo sito web e trova in Home Page esclusivamente riferimenti ad eventi passati, va via. Punto. E questo è un problema serio. Specialmente se hai anche articoli potenzialmente interessanti che lasci nascosti e irraggiungibili ai potenziali lettori. La cosa che più fa incazzare è che si tratta di difetti che con WordPress è possibile correggere in modo semplice e in poco tempo. Certo, a patto di sapere dove mettere le mani. I Custom Post, i Child Theme e le centinaia di Plugin disponibili sono funzionalità e moduli aggiuntivi di WordPress che servono proprio a questo scopo. Se un webmaster si rifiuta di utilizzarle, non sta facendo un buon lavoro. E di sicuro non sa usare WordPress.

Come avviene per qualsiasi altra professione, il miglior servizio che un informatico può fornire al suo cliente è riconoscere il confine delle proprie competenze. Oltre quel confine, è necessaria una preparazione diversa. Chiedere consiglio ad altri specialisti.
L’alternativa è fornire un servizio scadente rischiando di gettare discredito su una intera categoria di professionisti. I custodi della nostra professione, siamo noi. Non serve a niente, poi, lamentarsi quando, presentato il preventivo per un sito ad una azienda ci viene risposto che “se lo sapevo che costava così tanto chiamavo mio nipote, che ci capisce di compiùte e in quatteqquattrotto me lo fa per cinquanta leuri“.

Eccheccazzo.

Il signore viola

Il soprabito che indossa è di quel colore. Viola come la Fiorentina. Quasi tutte le mattine è lì che passeggia, stessa ora, stessa via. Lo so perché lo vedo, quando parcheggio l’auto. Il signore viola è alto alto, magro, anziano. In testa ha un cappello da pescatore, di quelli con la visiera tutta intorno, grigio. Lo porta ben calcato in testa, e gli fa ombra sul viso. Infatti non si vede in faccia. Ha sempre un ombrello con sé, sottile, chiuso, legato e verde scuro.

Il signore viola passeggia piano, fa passi regolari, come chi va per andare, senza bisogno di arrivare presto. Si muove senza eccessi. Come se non sapesse d’esser viola, passeggia come un qualunque grigio. Però una mattina il signore viola ha attirato la mia attenzione.

Son lì che cerco un posto per la macchina e ne vedo uno comodo. Rallento per prepararmi alla manovra e mi accorgo che proprio lì c’è un signore fermo. Svagato, si guarda attorno. Vestito di viola, ma questo già lo sapete. Resta. Allora mi dico vabbè non importa e parcheggio dieci metri più avanti. Scendo dall’auto e m’incammino. Avvicinandomi, vedo il signore viola rivolto verso il muro. Mi sembra una posizione strana. Equivoca, perché sembra che… No, non sembra. La sta proprio facendo per strada.

Era una scena surreale. Hieronymus Bosch non c’entra molto, ma è quello che m’è venuto in mente allora. In pieno giorno, il distinto signore viola – call me Geronimo – stava bagnando il muro tra due macchine parcheggiate. Io camminavo nella sua direzione e non potevo fingere di non vederlo. Lui si sforzava di non voltarsi. Restava impassibile. Fissava davanti a sé. C’erano un mattone sbrecciato e una macchia di muschio. Faceva l’indifferente, con l’espressione imbarazzatissima. Per fortuna non ha fischiettato: non avrei retto. Le braccia tese a reggere il… beh, il suo coso… insomma, con le braccia in quella posizione non è che puoi simulare una telefonata a zia Nuvola-Che-Ride, no? L’ho superato. Lasciandolo dietro di me, mi sono chiesto adesso come si lava le mani.
Ho rivisto Geronimo il giorno dopo. Sono ancora in macchina e passo più o meno nello stesso posto, poco distante. Lui è rivolto verso il muro, in una posa inequivocabile, tra due auto ferme. Ormai è un eroe del nostro tempo: il simbolo universale della libertà d’evacuazione. Viola. Forse eh.

Non c’è niente da ridere.
Sarà l’istinto dell’attore, ma la prima cosa che mi è venuta in mente è stata chiedermi perché un uomo anziano abbia una tale urgenza di liberarsi da doverlo fare per strada. Mi sono immedesimato in Geronimo, il signore viola. Quali sono le sue condizioni di salute? Unendo i puntini tra le impellenze indifferibili e la passeggiata quotidiana, può venir fuori un qualche malanno cronico. Che so, neurologico, oppure degenerativo. Ma son cose di dottori e non ci metto becco. E se fossi al suo posto, come mi comporterei? Cosa potrebbe indurmi a compiere quel gesto così privato in strada, in pubblico?
Ma soprattutto se Geronimo incontrasse un conoscente, gli stringerebbe la mano?

‘Sta cosa delle mani sporche, mi ci sono fissato eh?

Insomma, Geronimo è un uomo reale. Non il personaggio immaginario di un racconto di fantasia, come questo. Probabilmente ha qualche disfunzione dovuta all’età. Forse preferirebbe restarsene a casa a farla nel suo bagno, oppure stare al bar con gli amici, qualunque altra cosa anziché camminare da solo. Forse i suoi amici non ci sono più, forse deve fare per forza movimento al mattino perché altrimenti gli fanno male le gambe, o gli si arresta la circolazione o l’evacuazione, che ne so.
E comunque non ci sono cessi pubblici intorno a casa sua. Quindi, no, non ci trovo niente da ridere.

Non che non veda  l’aspetto singolare, buffo, della faccenda. Geronimo il signore viola, è come uno di quei personaggi quasi astratti che gli autori infilano in racconti, lungometraggi, immagini. Quei personaggi senza nome che restano sullo sfondo. Che servono solo a soddisfare una intenzione simbolica o estetica dello scrittore o del regista. Oppure a suscitare il senso del ridicolo con un aneddoto inutile. Pensiamo sempre che quei personaggi in fondo non esistano realmente.

Geronimo, invece, esiste. Una esistenza che, osservata dal mio limitato punto di vista, è laterale, ignota, inutile, indifferente. E che invece dal punto di vista di chi lo conosce è ricca, significativa, indispensabile. Forse ci sono una moglie, dei figli, dei nipoti, fratelli e sorelle. Ci sono amici ancora vivi e ricordi di quelli andati via. Da qui, dove sono io, non si vede nulla. Solo Geronimo il signore viola che la fa sul muro.

Adesso non è più una figurina piatta sullo sfondo. Adesso ha assunto una consistenza tridimensionale. Concreta. E mi sta pure simpatico. Quando lo vedo, al mattino, ora mi interessa. Tutto grazie ad una pisciatina o due. Pensa quanto siamo futili, noi umani.

Però la mano non gliela stringerei.
Eh…

Io tifo per Josè Maria

L’impegno di stasera è rimandato a lunedì. Poco male, mi guardo la partita. Gioca la nazionale. Dice che Italia-Spagna è importante. Dice che il girone di qualificazione, eccetera, eccetera.
Ma non me ne frega niente. Preferirei essere con i miei compagni di teatro.

Foto da NapoliToday
Foto da NapoliToday

A me il calcio piace. Mi piace moltissimo. Mi emoziona fino alle lacrime. Ma solo se gioca il Napoli. La nazionale no. È l’apoteosi della discriminazione contro le squadre del sud. Lo dico senza livore, ma con rassegnazione: è così da sempre.
Guarda là. In attacco ci sono quei due finocchi (intendo proprio l’ortaggio, se pensi al sesso sei un depravato) piantati a terra di Eder e Pellè. Veramente, Pellè somiglia più a un sedano.
Che cazzo, Gabbiadini, Insigne, Immobile sarebbero pura goduria per gli amanti dello spettacolo. Ma sono napoletani o calciatori del Napoli. E allora non c’è spazio per loro.

Poi vedo il suo nome. È un calciatore della Spagna. Josè Maria Callejon Bueno, si chiama così. Pepe, per gli amici. Finalmente è stato convocato dalla sua nazionale. Se lo merita. Adesso è in panchina, ma spero entri in campo.

Per i tifosi del Napoli è un calciatore importante. Non ha un nome famoso. Non è uno da prima pagina. È arrivato a Napoli poco più di tre anni fa. Era la riserva delle riserve, a Madrid. Accolto come un signor nessuno, accompagnato da un coro di scetticismo, se questa espressione avesse un senso. E invece.

Il primo anno segna venti gol. Venti. Ad oggi ne ha fatti cinquanta. Ma non è questa la sua qualità migliore. Lui è uno che corre. Recupera palloni come un centrocampista ed è sempre presente in difesa. Sempre presente. Dal primo all’ultimo minuto. Tutte le partite. Senza fermarsi mai. In tre anni ha giocato quasi sempre, campionato e coppe. Ha saltato solo due partite su quasi centoventi. Gli allenatori non riescono a farne a meno. Non fa gol come altri e non è uno che si nota molto, ma lavora in silenzio per la squadra. Senza pause.

A me piace molto, Pepe Callejon. Mi ricorda un po’ me. Non amo le chiacchiere, preferisco fare. Non mi piace farmi notare, preferisco stare in secondo piano. Ma do il massimo quando c’è da lavorare. Mi piace lavorare per la squadra.

L’impegno di stasera è stato rimandato. Io mi guardo la partita e spero che entri in campo Pepe Callejon. Tutto il resto è noja. Pure l’Italia.

Elogio delle orecchie ai libri. Solo per intenditori.

010Questo è un post polemico e bibliofilo.

Polemico verso di te, sedicente amante dei libri che inorridisci di fronte alle “orecchie” sulle pagine. Quelle che si fanno per tenere il segno. A te, feticista del segnalibro, è dedicata questa mia invettiva. Magari guarisci.

Innanzitutto, rilassati.
Piegare la pagina per tenere il segno è uno dei gesti più naturali e liberi della lettura. Ti consente di aprire e chiudere il libro in un attimo, ovunque, in ogni posizione, senza impicci con listelle cartacee di pessimo gusto che scivolano, cadono, spariscono quando ti servono. Il libro è mio e me lo leggo a modo mio.

Realizzata da mani esperte, l’orecchia ha vantaggi notevoli.
Tecnicamente, si procede così: si sceglie l’angolo superiore o inferiore della pagina. La scelta viene effettuata in base alla vicinanza dell’angolo con l’ultima riga che hai letto. Si prende l’angolo e lo si piega con inclinazione di 45°.
Si produce un un triangolo rettangolo – l’orecchia propriamente detta – i cui cateti sono paralleli ai lati della pagina stessa. Si avanza nella piegatura finché il lato orizzontale dell’orecchia coincida col confine tra la riga che hai letto e quella da dove ricomincerai domani. Ora premi la mano sul foglio, producendo la tipica linea di piegatura. Ecco fatto.
In questo modo, avrai un riferimento per riprendere la lettura dalla riga giusta. Nessun volgare segnalibro ti sa offrire questo livello di precisione.

L’orecchia ha però un senso più profondo, soprattutto se considerata diacronicamente. La pagina orecchiata resterà permanentemente marchiata da questa esperienza. Il segno triangolare conserva il ricordo dell’istante in cui hai interrotto la lettura, quando hai ancora in mano il volume e nella mente hai l’ultima frase, l’ultima emozione. E avverti quel senso di sospensione, l’attesa di ciò che verrà dopo. Ed è subito immaginazione, fantasia, speranza.009

Anni dopo, quando riapri il tuo libro e ci trovi il segno inciso nella carta della pagina, ti ritrovi ancora in quel momento esatto. Riafferri le immagini ormai sfuggenti come un sogno lontano. Ed è come osservare dall’esterno i tuoi pensieri di allora. Cosmico, n’evvero?
Pensa che puoi averne decine in un libro solo.

Tu, invece, sacerdote dei libri intonsi, non capirai mai fino in fondo il fascino del leggere, perché non ami i libri: li possiedi e basta. Se tu amassi i libri, ci faresti l’amore abbracciando le loro pagine, gualcendo la sovraccoperta, aprendo al massimo la rilegatura per esplorare fino all’ultima interpunzione.

Non andresti in paranoia per la goccia di caffè schizzata a pagina centoquarantasei. Ameresti ogni evento impresso sopra l’inchiostro a stampa, perché quegli eventi vi uniscono, tu e il libro. La vita è sbucciarsi un ginocchio, è la cicatrice di quella caduta dalla bici.
001Amare è consumarsi. E tu non li consumi, i libri. Tu ti limiti a stuprarli con orrendi segnalibri. Glieli sbatti tra le pagine senza amore, ripetutamente, suggendo il tuo diletto senza lasciar tracce di te. Non c’è amore nel tuo sfogliar plastificato.

Che poi, mentre stai leggendo – nelle tipiche posizioni acrobatiche del lettore appassionato, su divani, letti, poltrone, nelle sale d’aspetto, in piedi alla stazione, aspettando una rustichella o vibrando in bus cittadino – dove cazzo te lo infili quel segnalibro? Tra le pagine cade. In mano è scomodo. Appoggiato da qualche parte, se ne va nel paese dei calzini spaiati e dei segnalibri fuggiti. Quando vuoi smettere di leggere ti devi mettere a cercarlo. È fatale.

Fai un’orecchia e la vita ti sorriderà.
Ma non una orecchietta invisibile di pochi millimetri come se avessi paura di vivere. Fai una bella orecchia seria, che arrivi a metà pagina, da persona che ha in mano il proprio destino.

Alla fine, quando hai finito il libro, tu lo riponi con gli altri senza fare una piega. Letteralmente. E lui resta lì, solo. In mezzo ad altri libri soli. Come non fosse mai stato letto. Come non fosse mai stato il tuo libro.
Ogni tanto, nelle notti silenziose, puoi sentirli cantare “I am a rock” di Simon & Garfunkel.
Quando lo riaprirai, fra due, sei, dieci anni, non avrete alcun ricordo insieme. Sarete estranei. Lui non se lo merita. Riesci a capirlo?

Il libro va vissuto.004
Piegale, ‘ste pagine, gioca con la copertina, portatelo ovunque sotto il braccio, sudalo d’estate, bagnalo d’autunno, sorridi sulle sue macchie di birra. Sappi che oggi sono momenti della vostra storia, domani saranno ricordi chiusi tra quelle pagine. Non trattare il tuo libro come un oggetto. Amare è consumarsi, quindi consumalo. Quando prendi in mano un libro che hai vissuto, lui ti restituisce le sensazioni di quella vita. Un vecchio libro in perfette condizioni è sospetto. Ed è triste.

Ovviamente, maneggiare volumi vecchi e molto fragili richiede altre cautele. Ma sai, quei vecchierelli hanno già vissuto a lungo e la storia possono raccontartela. Storie di altri lettori che ormai non ci sono più. Quei libri ti regalano i loro ricordi. Riesci a rendertene conto?
A volte, acquistato un vecchio libro, stampato oltre cent’anni fa, trovi segni di penna, appunti, sottolineature anche violente. E antiche orecchie e antichi strappi. Non sono deturpazioni, ma le cicatrici di una vita.

002Ho preso in casa un libro di teatro pubblicato a fine ottocento. Tra le pagine ci sono intere battute coperte da segni di penna, personaggi cancellati con una linea nera, errori di stampa corretti a matita, note di regia sui margini e perfino incrostazioni centenarie sulla carta. Tutto ciò rende quel testo una testimonianza preziosa.
Non c’è solo il dramma nudo, ma brani di un racconto. Pezzi del lavoro di un attore che ha usato e studiato questo libro. L’aveva con lui alle prove, lo ha lasciato in un posto sicuro, dietro le quinte, mentre era in scena. Lasciato il palco, correva dal suo libro, il suo copione, per ripassare la prossima entrata. Chissà quante repliche, quante corse a cercarsi. Riesci a rendertene conto?

Certo, nella mia collezione ho anche vecchi libri senza alcun segno del tempo. Ecco, loro non hanno nulla da darti più della vecchiaia.

Insomma, deciditi a buttare via quei segnalibri ridicoli e regala una vita vera al tuo libro. Lui, in cambio, parlerà ancora di te fra un secolo. Riesci a immaginarlo?

 

Non vale per i libri della biblioteca. Quelli non sono tuoi, furbone.


Colonna sonora:

Tavolino d’angolo

zorbaL’amicizia non nasce, la scopri già lì, come se fosse sempre stata ad aspettarti. Ogni volta che Nino scopre una nuova amicizia, se ne sente conquistato. Gli pare un evento prezioso e delicato.

Ogni volta che Gino scopre di essere stato tradito da chi credeva amico, non sta bene. Chi l’osserva da fuori pensa che stia esagerando, che si comporti come uno che non è del tutto adulto. Ma chi l’osserva non capisce.

Quando Lina scopriva che le sue amiche avevano organizzato una gita per il fine settimana e non l’avevano invitata, piangeva. Decideva ogni volta che ora basta, non le voglio più vedere. Ma poi non riusciva a lasciarle. Lina voleva bene alle sue amiche. Senza speranza.

Nichi era triste, quel giorno. Perché ci si sente un po’ così quando scopri che hai chiamato amici le persone sbagliate. Era seduto al tavolino di un bar. Qualcuno occupò la sedia vuota alla sua sinistra. Alcune parole furono dette; un sorriso; piacere, Nichi.

Ti dico, però mi raccomando, lo sai solo tu, non l’ho mai detto a nessun altro, disse lei. Era un piccolo segreto. Ma era importante e definitivo come possono esserlo i sogni dell’età adulta. Quelli che non dici perché ti vergogni, perché hai paura che poi.

Nichi accolse le sue parole come un oggetto prezioso e delicato. Si fida di me, pensava Nichi. Ha condiviso con me qualcosa che per lei è di immenso valore. Le sono bastati pochi minuti. Nichi sentiva dentro qualcosa che gli faceva bene. Non dubitare, la tua gemma, la tua gemma è al sicuro.

Quando si lasciarono, promisero di restare in contatto. E tornarono alle rispettive vite, centinaia di chilometri distanti da quel tavolino d’angolo.

Storie teatrali #2 Copioni copiati (parte seconda)

Questa storia è più recente.
Siamo nel 2009. Arriva una telefonata. È un regista con cui avevo già lavorato anni prima. Da allora, periodicamente mi chiedeva di entrare nella sua compagnia. Tutte le volte avevo rifiutato. Non solo perché ero già impegnato in altri spettacoli. C’era questa cosa del teatro dialettale, di un dialetto che non è il mio. Questa volta, però, mi garantisce libertà di parlata. Anzi, ti do la parte e te la traduci come vuoi, dice. Siccome non avevo altri impegni in corso, accetto.

copioni2Nel nuovo gruppo teatrale ero comunque un elemento non comune. Per preparazione culturale, esperienza teatrale e per – diciamolo – talento artistico, potevo dar consigli anche al regista. Ho iniziato, comunque, senza pretese. Ero l’ultimo arrivato… Tuttavia, poco più di un mese dopo, sono entrato a far parte del Consiglio Direttivo. Più tardi, vicepresidente dell’associazione.

Intanto il regista mi aveva affidato il copione per riscrivere la mia parte. Ho fatto un buon lavoro, la cosa, allora, si ripete con i copioni successivi. “Rendilo vivace, mettici le battute”, diceva. Pagavamo autori professionisti ogni anno per il copione. Poi il testo passava sotto le mie mani ed acquistava vita. Dopo, piaceva anche agli attori.

I miei interventi sono diventati via via sempre più consistenti. Fino ad avvicinarsi alla riscrittura completa con gli ultimi spettacoli. Gli “autori” ormai fornivano poco più di un canovaccio, pur facendosi pagare il lavoro finito.

Scrivere a me piace. Mi diverte giocare con i personaggi. Su nessuno di questi testi, però, è mai apparso il mio nome. Sul frontespizio, il nome dell’autore di turno e quello del regista, che si e attribuito anche il mio lavoro. Nessuno ha mai saputo che buona parte di quegli spettacoli li ho scritti io. Tra i motivi per i quali ho lasciato la compagnia, anche questo ha avuto il suo peso.

Quel regista, per anni, ha usato la parola “amicizia” nei miei confronti. Anche la sera della pizzata con cui ci siamo salutati definitivamente ha confermato i suoi attestati di stima nei miei confronti. La nostra amicizia resta, dice lui. Poi mi ha chiesto, con una faccia tosta da competizione, di continuare a lavorare ai copioni anche se non faccio più parte del gruppo. Non scherzo: l’ha detto davvero.

E qui viene il bello.
Pochi giorni dopo ha sbroccato malamente su Facebook, dopo aver letto di una mia nuova esperienza teatrale. Non so cosa gli sia preso, onestamente. Forse credeva che non ci fosse teatro senza di lui. E invece…

Invece mi ha procurato inconsapevolmente qualche sorriso di compatimento. Suppongo che avrei dovuto trovare offensive le sue sgrammaticazioni. Diceva che sono ingrato. Ha veramente scritto “ingrato”. Ho pensato che fosse una persona triste.

Comunque, s’è dimenticato di rivolgersi a me direttamente. Non mi ha citato. Ha scritto un post così, pubblico, ma anonimo. E allora non mi sono nemmeno accorto che avevamo smesso di essere “amici”. Altri mi hanno avvertito della cosa. Ed è successo così, da un giorno all’altro, senza neanche un SMS tipo “trannoi effinita!!!1!11!!undici!!”. Mi raccomando, non confondete mai Facebook col mondo reale. Poi si fan queste figure…

Altro fenomeno interessante furono quelli del mio ex gruppo. Quelli che fino a pochi giorni prima ti regalavano un non richiesto “qui ti vogliamo tutti bene”, così falso che ero in imbarazzo io per loro. All’apparizione di quel post hanno cominciato a scrivere un sacco di cose poco belle di me. E spesso anche per la lingua italiana. Mi evocavano con “lui” o “quello”, senza il coraggio di fare il mio nome. Non mi avevano mai perdonato di essere più istruito e talentuoso di loro.

Quel giorno lo ricordo con molto piacere. È stato uno dei momenti più catartici in assoluto. Erano davvero ignobili come sospettavo, anzi di più. In quell’istante sono stato felice di averli lasciati indietro. Perché mi stavano mostrando che avevo davvero ottimi motivi per farlo. Insomma, è andata così. Quel regista s’era reso conto che non ci sarei stato più io a fargli i copioni. Non avrebbe potuto più firmarli al posto mio. E allora si è messo a strepitare in quel modo assai poco dignitoso. Alla sua età. Mi faceva pena. Più ridere, però.

Questa fu la compagnia che mollai: voglio ricordarli così. Come sassi in tasca che lasci cadere in strada per proseguire con più leggerezza.
E mentre cammini verso l’orizzonte, ti chiedi per quale cazzo di motivo ti eri messo dei sassi in tasca.

(Dissolvenza. Sipario)

Storie teatrali #1 Copioni copiati (parte prima)

ladonnaeloscettico Oggi parliamo di quelli che ti rubano le idee credendo di essere furbi.
Una storia letta qualche giorno fa, accaduta per una fotografia usata senza permesso, mi ha fatto ricordare vecchie storie realmente accadute. Roba di dieci anni fa, mese più, mese meno. L’oggetto fu un testo teatrale. Anzi, due… o più.

La compagnia teatrale era nata intorno ad un progetto di spettacolo. Per meglio dire, rinata, dopo qualche anno di pausa. Eravamo in due, all’inizio. Lei voleva allestire la storia di Artù, Lancillotto, Merlino e quella gente lì. Però non aveva la minima idea di come si scrivesse un copione. Io, invece, sì.

Abbiamo studiato la materia, condiviso idee, messo a punto una sequenza di eventi, di personaggi e abbozzata una storia. Avremmo anche dovuto scrivere le scene e i dialoghi insieme. Invece i pomeriggi e le serate passavano con me che presentavo il lavoro fatto a casa e lei che suggeriva virgole. Finché lei ad un certo punto – un punto che sta più o meno a metà del terzo ed ultimo atto – ha deciso che avrebbe proseguito da sola, forse per non sentirsi inutile. Dopo ho dovuto correggere gli errori e riscrivere le ultime scene per renderle utilizzabili. Il monologo finale l’ho aggiunto più tardi. Quando lei si è resa conto di non averlo, il finale.

Con molte difficoltà, lo spettacolo fu allestito, arrivando a numerare più di qualche replica. È stato qui che, raggiunto il suo scopo, lei ha deciso di liquidarmi. Perché “la compagnia è mia e faccio come mi pare!
Su questo aveva ragione, eh. Anche se figurava come associazione culturale senza fine di lucro con tutte le cose a norma di legge, le cariche sociali erano distribuite tra lei, sua madre e sua sorella. Nessun altro era ammesso alle riunioni, se pure avvenivano.

Come dire, hai presente quando da bambini si gioca nel campetto dietro la chiesa? Il pallone era suo e se l’era portato a casa. La partita è finita, andate in pace. C’era soltanto questo particolare che a me pareva importante: non eravamo più bambini da un pezzo. A quel tempo non lo sapevo ancora, ma esistono davvero delle bambine capricciose e viziate che hanno superato i trent’anni. Vabbè, comunque sia, questo era solo l’inizio della storia.

Un paio d’anni dopo, ho pubblicato alcuni miei copioni – io scrivo, con o senza spettacolo, per il gusto di farlo – su un archivio gratuito online. Tra questi, c’era anche quel Re Artù, riveduto e corretto. Il fatto è che, di comune accordo, avevamo deciso di non proteggere quel testo. Non ne valeva la pena. E poi, capirai che storia originale. Per evitare polemiche inutili e per correttezza, come autore figurava comunque il nome della compagnia teatrale.

Non ci ho più pensato per qualche tempo, finché mi arriva una lettera su carta intestata di uno studio legale. Chiedeva all’archivio online di rimuovere quel copione dal sito e diffidava me dall’utilizzarlo. Mentre raccontavo questa storia al mio avvocato, mi veniva da ridere, nonostante questo spudorato tentativo di farmi passare per ladro di testi. Il lato grottesco della situazione si trovava nelle locandine della rassegna estiva del teatro amatoriale che stava per aprirsi.

Tra le compagnie impegnate nei cortili c’era anche quella. Lei l’aveva rimessa in attività e portava in scena una delle traduzioni che avevo preparato e pubblicato su quello stesso archivio online. Un testo che, quando stavamo insieme, le avevo mostrato e di cui avevamo discusso con l’idea di allestirlo, prima o poi. Adesso quel titolo era lì, in una rassegna, e io non ero nemmeno citato. Pur di evitare di scrivere il mio nome, ha inventato un traduttore inesistente.

Avrei potuto crearle qualche guaio legale. A cominciare dalla gestione “familiare” dell’associazione culturale, in barba ad ogni legge e regolamento in materia, per arrivare al furto di proprietà intellettuale. Accuse che avrebbero peraltro potuto avere delle conseguenze sul suo lavoro. Ma non ho fatto nulla, se non inviare una risposta tramite avvocato. Ha prevalso l’indifferenza. Mi faceva davvero pena.

Cioè, ci ho riflettuto per un attimo: una che vuole fare la regista e si trova talmente a corto di idee da dover ripescare un mio vecchio progetto… una persona così rancorosa (non si sa perché: l’ho mollata perché lei aveva sciolto la compagnia) da inventarsi un nome di fantasia pur di non ammettere di averlo fatto… E talmente lontana dalla realtà da credere che non me ne accorgessi… Quanto deve essere triste e vuota la vita di una persona così? Ecco, ho lasciato stare. Non ho perso nulla, io.
Invece, lei, moltissimo… modestamente eh.

E poi avevo cose più importanti di lei cui pensare. Quel venerdì sera toccava a me scegliere la birreria, per esempio.

(1 – continua)

Dov’è il mio pacco? (No, non quello)

CenaMagica-GAS-170114.013Cercavo un certo cofanetto DVD, quella serie precisa, quella esatta edizione con gli effetti speciali rifatti. Avevo scelto l’offerta di un negozio affiliato ad Amazon. Il prezzo più basso di quasi il quaranta per cento era stato decisivo.

L’ordine fu inviato un martedì che era talmente notte da essere tecnicamente già mercoledì. Al mio risveglio, un messaggio mi ha informato che stavano già preparando la spedizione e, in serata, ecco la notifica dell’invio avvenuto. Una ulteriore conferma sarebbe arrivata al mattino dopo, da parte del corriere, con il codice di tracciamento del pacco. E fin qui tutto bene.

Ho pensato che fosse tutto perfetto. Il venerdì mi avrebbero consegnato i DVD. E, si sa, il venerdì è il giorno migliore per ricevere dei nuovi DVD. Se fossi stato sospettoso e d’indole negativa avrei subodorato che stava preparandosi un colpo di scena. Non va mai tutto bene fino in fondo. Non può. E invece, soddisfatto per l’efficienza e la rapidità di questo acquisto, il venerdì mattina bel bello ho usato il servizio di tracking per verificare se il pacco fosse già in consegna. E lo era… a Reggio Calabria.

Il mio pacco risultava essere a milleccentottanta chilometri di distanza. E lo stavano consegnando a qualcun altro. Ho pensato che mi avessero inviato un codice di tracciamento sbagliato. Magari un cliente di Rodi Garganico nello stesso momento stava trepidando perché trovava il suo pacchetto in consegna a Verona? Uno scambio di dati pareva più plausibile di una spedizione che fa il giro lungo.

Non era il momento di uccellare ipotesi volanti. Cerco il numero del corriere, telefono e spiego la situazione. Dopo qualche minuto di attesa per verificare i dati mi dicono che c’è stato un errore. Che notiziona, penso io. Spiegano che esiste un altro cliente di quel negozio che ha il mio stesso nome e hanno fatto casino con le anagrafiche. Però non possono far nulla se non interviene il mittente: devo chiamare io il venditore.

Amazon consente di comunicare col negozio via messaggio, in modo da tracciare eventuali problemi. Scrivo un messaggio in cui spiego la situazione e lo inserisco in categoria “Dov’è il mio pacco?” Sottolineo di aver scoperto l’errore grazie al corriere. Tra le righe faccio trasparire sofferenza e fastidio. Senza convenevoli chiedo di risolvere in fretta. Invio.
Poi rifletto sullo standard di servizio normalmente alto che Amazon richiede ai suoi affiliati. Suppongo che riceverò una risposta in giorn… arrivata.

“mi spiace non capisco come abbia potuto finire il pacco a reggio calabria parte subito un altro pacco troverà nel pacco anche il rimborso delle spese postali pagate in eccesso mi scusi il disguido”

La risposta è scritta proprio così, senza maiuscole né punteggiatura, tuttadunfiato, a capofitto, breve, ma che contiene due volte le scuse ed una promessa di rimborso. Ebbene, le promesse vengono mantenute. Il lunedì successivo arriva il pacco e all’interno ci trovo due banconote equivalenti al costo della spedizione.

Fossero tutti così attenti ad ammettere i propri errori e cercare di rimediare…

Stop motion

DSC_2491-Consonno-180814-163 L’immagine è in soggettiva. Io, il rodeo, il toro qui sotto. Sta scalciando. Sono nel punto più alto. Sul punto di staccarmi da lui. Ora mi lancerà in avanti. Fra un attimo volerò oltre le corna. Mi preparo al buio.

Ma non succede niente. È una immagine, non un video. E allora resto lì. Sul punto del decollo. Una mano stretta sulle briglie. La pelle tra pollice e indice mi brucia.

Se adesso resto in sella, lui ci riproverà. E poi ancora, e ancora. Non può durare. Uno di noi due cederà per primo. Non devo essere io.

Tra il pubblico c’è chi vomita, altri fanno il tifo per l’animale. La mano mi fa troppo male. Preparo il polso per lo strappo. Cederà. Qualcuno urla insulti. Ha ragione, sto per fallire. E va bene. Vada come vada. Ci ho provato.
Poi ti vedo. Non dici niente. Ci sei. In qualche modo, hai capito. In qualche maniera lo so.
Resisto.
Inutilmente.

Il destino di una scatola. Vuota.

(Tratto da una storia improbabile)

Foto: Honou
Foto: Honou

Ho già raccontato la storia del telefono comprato quattro volte. Quello che ho comprato usato. Anzi, “ricondizionato”. Almeno per quanto possa essere stato usato un modello che è in commercio da meno di un anno. In breve, ho risparmiato oltre duecento euro, rinunciando però alla scatola originale ed alle punte di ricambio per il pennino. Potevo sopportarne la mancanza.

Ci ho trovato installato il sistema operativo personalizzato per un operatore telefonico francese. Il che mi faceva indovinare l’origine. Oh, se te lo stai chiedendo, no, non è rubato o di ignota provenienza. L’ho comprato su Amazon, con tanto di garanzia legale.

Non ho perso tempo ed ho installato un firmware italiano no-brand. E poi? E poi, per curiosità, ho cercato sul web quelle punte di ricambio. Per vedere se fosse un complemento costoso. Ed ho trovato molto di più…

La scatola!
(Stacco musicale da colpo di scena).

Già, un utente francese di eBay aveva messo in vendita la scatola. Con tanto di bustina di punte di ricambio e foglietto d’istruzioni. Che cosa strana: c’è tutto; manca soltanto il telef… Un momento… francese? Vuoi vedere che…

Non lo saprò mai. Dalla scatola è stato cancellato il codice IMEI del telefono, per ovvii motivi. Ma è una storia che ha della poesia. Lo smartphone e la sua scatola, riuniti dal destino… io quella scatola la compro subito. Ma questo già lo sapevi perché hai letto il titolo.

Un giovedì è arrivato il pacchetto. Non ero in casa. Trovo l’avviso, col codice della spedizione. Verifico sul sito che sia in giacenza. Il codice non esiste. Boh. Venerdì non riesco a passare da SDA. Rimando a lunedì. E lunedì, il dramma. Nemmeno troppo drammatico, comunque.

— Il pacco dovrebbe essere qui, ma sul sito non ho potuto avere conferma: il codice risulta inesistente.
Il tizio alla reception controlla.
— Il pacchetto è qui, l’autista ha scritto male il codice. Ma c’è una brutta notizia…

In un istante passo in rassegna ogni genere di disguido. Lui non mi guarda. Deve essere grave. Decido che il peggiore evento possibile è l’autista che ha dimenticato di lasciarlo in magazzino. Che ingenuo:

— …Stanotte sono venuti i ladri ed hanno aperto tutti i pacchi. Questo è uno di quelli.

Sorvolo sull’evidente cacofonia da pronomi dimostrativi giustapposti a cazzo e penso “Uah! Che storia!” mentre l’altro cliente in attesa ha un fremito. Impreca sottovoce. Forse ha paura che gli abbiano aperto il pacco. Avrà ordinato da un sexy shop.

L’addetto al terminale, con gli occhietti tristi e imbarazzati, mi chiede se so cosa contenesse il mio pacchetto dalla Francia. Gli dico che era una scatola vuota. Mi guarda strano. Lo tiro fuori. Il telefono, dico.
— Ho comprato questo, usato. E poi ho comprato la scatola originale da un francese.

Non lo vedo convinto. Mi dice che il pacchetto è lì, ma è stato aperto. Intanto è arrivato un secondo omino. Potrebbero consegnarmelo, ma devo dichiarare che per me va bene così. Io dico che vorrei vedere se c’è tutto. Uno dei due va a prenderlo.

Foto: Honou
Foto: Honou

L’altro prova a comporre un racconto:
– Eh, abbiamo avuto i ladri… eppure la vigilanza… che poi non sono rimasti poco… ore… hanno aperto tutti i pacchi… una volta, ma adesso non abbiamo più contanti… anni fa sono entrati dal soffitto… bucato il tetto… dal controsoffitto hanno spento i sensori… ci sono stati i ladri stanotte… eh, la vigil…
Il suo collega torna, prima che finisca catturato in un loop infinito.

Mi fanno domande a trabocchetto per capire se effettivamente so di cosa sto parlando. Le so tutte. Con disinvoltura. Mi mostrano il pacchetto con l’imballo strappato. È arrivata anche una tizia, con l’aria del capo spietato. Enumero a memoria l’elenco supposto di elementi che il pacchetto dovrebbe contenere. La supposta è giusta. La capa mi guarda con ammirazione. Aprono la scatola e c’è tutto. Glielo dico.

— C’è tutto?
— Sì, era solo la scatola, non c’era il telefono.
— Meno male… noi pensavamo che avessero preso il telefono e lasciato la scatola.

L’omino uno e l’omino due adesso sorridono. Per sicurezza, torno domani a ritirarlo, così stasera ho verificato sulla documentazione dell’acquisto e il dettaglio fotografico del contenuto. Che infatti corrisponde.

Tornando a casa, non posso non pensare alla spassosa combinazione degli eventi. I ladri che aprono la mia scatola e non ci trovano nulla. Gli spedizionieri che credono sia stato rubato il costoso telefono di un cliente. Io che sorrido e dico che ho comprato una scatola vuota.

Questa la racconteranno per anni.
E pure io.

Telespam. Ovvero, declino con Google

bookkeeper
Foto: cloudhoreca

Succede che decidi di rispondere.
E allora tocchi l’icona verde anche se sai che è una telefonata spam. Dici pronto e senti dall’altra parte una voce che senza darti il tempo di infilare una sola interiezione ti offre il modo infallibile per far conoscere su gùgol la tua attività di dottore commercialista all’intero orbe mondo mondiale.

— Un attimo, io non sono mai stato commercialista e nemmeno nulla di simile.
— Ma la sua partita iva corrisponde all’attività di dottore commercialista.
— Lei ha il mio numero di partita iva? E dove lo ha trovato il mio numero di partita iva?
— Su Gùgol.
— Allora lei non sa usare Google.
— Ma se cerco il numero di partita iva…
— Sta cercando di convincermi che faccio il commercialista a mia insaputa?
— Guardi provi a cercare, se è davanti a un pc e scrive…

Già, perché ovviamente se lo dice l’internet, allora è così. Sono io che faccio il lavoro sbagliato. In realtà sono un commercialista e non lo sapevo, illudendomi di essere un informatico per così tanti anni… Vedi a non informarti?

Le ho chiuso il telefono in faccia. Quando ci vuole, ci vuole.
sensazione Unico.

 

Pettegolezzi imbarazzanti

Ieri sera ho assistito alla commedia goldoniana “I pettegolezzi delle donne”. La compagnia Giorgio Totola era in scena sul palco dell’Arsenale, a Verona. Dico subito che la parte più divertente della serata sono stati i salaci commenti scambiati tra il pubblico.

La locandina dello spettacolo.
La locandina dello spettacolo.

L’adattamento presentato ieri sera era davvero, come dire, insipido. Sul clichè delle popolane che spettegolano gira un gioco degli equivoci banalissimo e talmente lineare che fin dalle prime scene si capisce tutto ciò che succederà nel resto della commedia. I momenti di vivacità del testo originale, che pure ci sono, qui sono stati silenziati, appiattendo tutto in uno schema freddo e noioso.

Penso che sia questo il motivo principale per cui il pubblico di ieri è parso tutto fuorché divertito. Risate poche o nessuna; giusto qualche sogghigno, mormorato in corrispondenza di due o tre battute. Anche gli applausi sono stati pochi, perfino quelli rituali che si fanno alla fine delle scene, erano poco convinti. Ho contato almeno due occasioni in cui sono scattati in ritardo: nessuno aveva capito che la scena era finita.

C’è da dire che la regia non ha aiutato gli attori. I dialoghi sono apparsi monotoni, senza evidenti cambi di tono o di velocità, con gli attori piazzati sulla scena come bambole dai movimenti meccanici.

La scena con le donne che si rimpallano il cappello di Lelio e quelle di Arlecchino che afferra al volo una moneta sono state le uniche a mostrare un po’ di vita. Decisamente troppo poco per una compagnia che ricordavo come una delle migliori di Verona.

Aggiungerei un cenno al breve monologo di Arlecchino: è stata forse la scena migliore, ma è stata recitata in modo tanto precipitoso da risultare a tratti incomprensibile.

Completamente assenti, ieri sera, le variazioni di luci che avrebbero potuto essere usate per sottolineare l’umore delle scene, rendendole meno statiche. Nulla di male, ma calare e aumentare la luminosità dei fari tra una scena e l’altra non basta. Specie se hai una scenografia fissa dall’inizio alla fine. Questa disattenzione riesce a rendere più pastoso il senso di noia.

In questo quadro non positivo, riesce difficile valutare la prestazione degli attori. Qualcuno ha mostrato qualche guizzo di creatività, come a far capire che avrebbe potuto fare di meglio. Per il resto, i personaggi sono stati interpretati in modo bidimensionale, senza spessore, poco convincenti.

Del tutto inaccettabile, per non dire irritante, poi, la scelta di un attore di presentarsi in scena con un paio di occhiali di fattura moderna. Gli spettacoli in costume si recitano sempre e invariabilmente senza occhiali, a meno che non facciano parte del personaggio: è una regola minima che nemmeno i gruppi parrocchiali mettono in discussione. In nessun caso è ammissibile questo genere di anacronismo.

Qualche sbavatura nel coordinamento tra il sottofondo musicale e le battute degli attori ha completato la serie delle cose che non sono andate bene. Non c’è molto più da dire.

Ricordavo allestimenti di ben altro livello per questa compagnia teatrale, con regie assai più attente ai dettagli e attori in vena. Peccato… Prima di ieri sera non ricordo di aver mai avuto la tentazione di andarmene via durante l’intervallo.
Mi dispiace, ma si tratta di uno spettacolo che decisamente non vale il prezzo del biglietto.

La storia di Annie la scura*.

Attenzione: contenuto esplicito. 

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Foto tratta da: http://lamarydiaries.weebly.com/

C’erano due ingressi. Uno passa all’interno di un negozio. L’altro è quel vicolo sulla sinistra, vedi? Passa in mezzo ai due palazzi e ti porta in un piccolo cortile sul retro. Uno spiazzo coperto di pietre, ciuffi d’erba e sporcizia. C’è una palizzata di legno alta un metro e mezzo che separa dalla casa accanto. Ci sono tre gradini di pietra. Annie stava proprio qui, quando la trovarono.

Aveva il viso e la lingua gonfi, la gola tagliata in profondità e un fazzoletto annodato intorno al collo. Annie aveva i denti perfetti ed il corpo mutilato in modo orrendo.

Annie aveva una carnagione chiara, gli occhi azzurri e capelli scurissimi. Per questo l’avevano soprannominata Annie la scura. Vendeva il suo corpo per vivere. Ma un tempo aveva anche provato la vita delle persone normali. Una vita con marito e dei figli e con tutte le speranze ancora in fila sul mobiletto dell’ingresso, vicino al vaso dei fiori.

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Foto tratta da: http://lamarydiaries.weebly.com/

In strada, invece, era tutto più freddo. Più sporco e tagliente. Una volta Amelia le chiese come si fosse procurata quel livido sulla tempia. Annie non rispose. Sono cose che capitano, quando non hai casa. Amelia era la sua unica amica.

Lo strumento utilizzato per tagliarle la gola è stato usato anche per l’addome. Dev’essere stato un coltello affilato, con la lama sottile e lunga almeno quindici venti centimetri. Poteva essere uno strumento da macellaio, ma usato con competenza da chirurgo.

Il papà di Annie faceva il maggiordomo e, quando sposò la mamma, Annie aveva già sei mesi. Poi arrivarono anche le sorelline ed un fratello, il più piccolo della famiglia. Tutto sommato, Annie aveva avuto una infanzia serena. Quando aveva 28 anni sposò John. John faceva il cocchiere e voleva bene ad Annie. Per un po’ vissero come una famiglia felice.

Non c’erano segni di lotta. La lingua fuoriusciva dalle labbra e c’erano lividi sulla tempia destra e sulla palpebra superiore. Quelli sulla mascella e sul mento erano recenti, mentre gli altri erano vecchi di qualche giorno. C’erano due contusioni sulla parte superiore del petto ed una abrasione sopra l’anulare, con i segni lasciati dagli anelli.

Vennero prima Emily e Georgina, poi, qualche anno dopo, arrivò Alfred che nacque con alcune malformazioni e fu presto affidato ad un istituto. Allontanarsi dal suo bambino fu per Annie quasi una muutilazione. Poi Emily morì di meningite. Annie scoprì che dopo un paio di birre il dolore non si sente più così tanto. E quando anche John la lasciò sola per dedicarsi all’alcool, le bastò bere un po’ di più per sopravvivere.

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Foto tratta da: http://lamarydiaries.weebly.com/

Annie era ammalata ai polmoni, forse tubercolosi. Ed aveva i segni della sifilide. Non aveva bevuto alcool nelle ore precedenti alla morte ed era gravemente denutrita. Il medico che la esaminò pensava che l’assassino l’avesse afferrata per il mento e poi avesse iniziato a tagliarle il collo da sinistra a destra. Molto probabilmente dopo averla imbavagliata per impedirle di gridare. Il viso gonfio e la lingua sporgente sono evidenti segni di soffocamento.
John continuò ad inviarle qualche soldo quasi ogni settimana. Annie faceva lavori all’uncinetto e vendeva fiori. Così riusciva ad andare avanti. Un giorno Amelia dovette abbracciare forte forte Annie che piangeva. Aveva appena saputo che John era morto. E anche se non si vedevano più da anni, era sempre il suo John. Annie non sapeva più dove fosse Georgina, si diceva che fosse andata lontano, forse in Francia. Non le era rimasto niente e nessuno. Annie abbracciò Amelia più forte.

L’addome era stato aperto completamente. L’intestino era stato estratto ed appoggiato sulla spalla del cadavere. Il taglio era stato effettuato con cura, evitando il retto. Dal bacino erano stati estratti l’utero, la porzione superiore della vagina e parte della vescica. Nessuno di questi organi fu ritrovato. Tutto il lavoro fu compiuto in meno di venti minuti.

Senza più l’aiuto di John, Annie cominciò a prostituirsi per pagarsi un letto nel dormitorio gestito da Tim. Annie ci teneva a dormire sempre al posto numero ventinove: lo sentiva un po’ suo, si sentiva un po’ a casa. Quella sera era già mezzanotte e Annie entrò nell’ufficio di Tim.

— Non ho abbastanza soldi per il letto — gli disse — ma il mio posto non darlo a nessuno. Faccio qualche soldo e torno fra poco.
— I soldi per la birra li sai trovare in fretta, per pagarmi l’affitto invece no, puttana ubriacona.
Ad Annie quel tono non faceva più alcun effetto. Era la cosa più vicina ad un rapporto umano nella sua vita. Si diceva avesse problemi di alcool, ma non beveva poi così tanto. Uscì dall’ufficio. Si voltò. Il guardiano di notte la sentì dire le ultime parole.
— Non preoccuparti, Tim, torno presto.

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Foto: Wikipedia

Annie possedeva un cappotto lungo fino alle ginocchia, una gonna nera, un corpetto nero e due sottovesti. Sotto la gonna, legata in vita con dei lacci, aveva una tasca. Nella tasca teneva un piccolo pettine e un pezzo di busta strappato con due pillole dentro. Sulla busta c’era il simbolo di un reggimento militare ed il timbro postale del 28 Agosto 1888, solo pochi giorni prima. L’indirizzo era sulla parte strappata, incomprensibile.

Annie indossava calze di lana a strisce rosse e bianche. Il fazzoletto al collo era bianco bordato di rosso; era piegato in due a formare un triangolo e annodato sul davanti.

Quella notte qualcuno vide Annie parlare con un uomo. Lui disse “Va bene?” e Annie rispose “Sì”. Un orologio suonò la mezz’ora dopo le cinque. Il corpo di Annie fu scoperto poco prima della sei. Nessuno sentì un lamento, non un grido.

Annie aveva quarantasette anni quando morì senza motivo. Il suo funerale avvenne di mattina presto, in segreto. C’erano solo alcuni parenti. Annie fu seppellita in una tomba comune. Oggi quella tomba non esiste più.

(*) Annie Chapman, 1841-1888

Attenderemo il terremoto per tutta la vita

Amatrice, 24 agosto 2016 (AP Photo/Alessandra Tarantino)
Amatrice, 24 agosto 2016
(AP Photo/Alessandra Tarantino)

Ieri sera, andando a letto, ho pensato che un evento sismico rilevante poteva essere vicino. Con la testa sul cuscino, ho ripassato mentalmente il “cosa fare in caso di” che imparai anni fa. È stata solo una coincidenza che durante la notte si sia verificato davvero un forte terremoto.

Oppure, forse, leggere spesso i dati dell’attività sismica può aver stimolato questo pensiero sonnolento. Non so come spiegare. Era solo una impressione. Mi pareva mancassero da troppo tempo scosse significative sull’Appennino. Insomma, solo una sensazione, senza alcun valore. Però è stata questa a suggerirmelo.

Non importa. Non ho la fobia del terremoto. Non la fissazione. Più semplicemente, fa parte del mio quotidiano. Ne fa parte precisamente dal 23 novembre 1980. È una di quelle esperienze che ti restano appiccicate addosso. Dopo qualche anno il terremoto non ti fa più paura. Sai che lo incontrerai ancora e non puoi evitarlo. Lo aspetterai per tutta la vita, con la speranza che non arrivi mai. O che lo faccia quando sei via. Come un parente che non vorresti ospitare, ma quando si presenta non puoi lasciarlo sulla porta.

Questa notte, a partire dalle tre e mezza, il mio telefono ha preso a suonare. Un’applicazione, da anni, mi avverte quando ci sono scosse forti in giro. Ce ne sono tutte le settimane e di solito non se ne accorge nessuno perché avvengono in mare. Stavolta non è bastata una notifica sola. Ho capito che doveva essere successo qualcosa di grave e vicino. Alle cinque stavo leggendo le notizie. Alle sei ho acceso la radio.

Come per l’Emilia quattro anni fa e prima per L’Aquila e prima ancora per Assisi, anche se non ne sono coinvolto direttamente, è come se lo fossi. Rivedo le macerie, le persone che non si trovano, la paura delle nuove scosse, la sensazione di non essere al sicuro in nessun posto…

Pescara del Tronto, 24 agosto 2016 (ANSA/ Cristiano Chiodi)
Pescara del Tronto, 24 agosto 2016
(ANSA/ Cristiano Chiodi)

Mi è apparso assurdo passare la giornata in ufficio, secondo i soliti orari, come se non fosse successo nulla. A meno di quattrocento chilometri da qui ci sono case crollate con le persone ancora dentro.
E niente, non è un giorno sano.

Non sopporto la retorica del “grande cuore degli italiani”. Stronzate. In queste tragedia ci aiutiamo perché siamo esseri umani. Non lo facessimo, saremmo mostri spietati.

Non sopporto il giornalismo depravato del “signora, ha avuto paura?” e “che cosa ha provato quando ha saputo di aver perso tutta la famiglia?”

Non sopporto i ciarlatani che dopo ogni terremoto sostengono di averlo previsto per guadagnarsi denaro, interviste e notorietà alle spalle dei morti.

Amatrice, 24 agosto 2016 (ANSA/ MASSIMO PERCOSSI)
Amatrice, 24 agosto 2016
(ANSA/ Massimo Percossi)

Non sopporto il Papa che in faccia ai morti del terremoto dice che Dio si commuove. Il suo Dio è un assassino psicopatico, insomma. Se esistesse: per fortuna è solo un insulto al buonsenso.

Mi fanno schifo quei poveri idioti che stanno usando la catastrofe per il proprio orticello. Il politico che condivide la fotografia di se stesso mentre finge di partecipare ai salvataggi per fare l’eroe sui social; la nazista vegetariana che parla del destino che si vendica dell’amatriciana; i razzisti che se la prendono con gli stranieri anche in queste circostanze; quelli per cui il terremoto è colpa degli omosessuali… ci sono anche questi, come no.

C’è una grande varietà di minus habens, là fuori. Dev’essere per questo che con una bottarella di magnitudo 6 in Italia si sbriciolano interi paesi. O no?

Smettetela di pregare l’omino invisibile, ché non è mai servito a un cazzo. Contattate la Protezione Civile e inviate aiuti, invece, oppure mettetevi in lista per donare il sangue.

Il telefono che ho comprato quattro volte. #4

Episodio 4. Vai su Amazon e facciamola finita

Quello stesso venerdì sera ho deciso che una volta recuperati i seicento euro, li avrei spesi per comprare finalmente il telefono su Amazon, senza altre sorprese. Perché uno ad un certo punto, dai e dai, si stufa e va dritto all’obiettivo, no?

Foto: Flickr
Foto: Flickr (Samsung Newsroom)

E allora vado a dare subito un’occhiata. E ti trovo un negozio che vende articoli usati ricondizionati. Mi dico perché no. Risparmio duecento euro e devo rinunciare solo alla scatola originale ed alle punte di ricambio del pennino. Roba da pochi euro, volendo. Ci sono solo tre esemplari disponibili. Penso che farsi sfuggire l’occasione non è il caso. Lo compro subito.

Lunedì mattina arriva la conferma della spedizione. Poi dice che le multinazionali, i piccoli commercianti, i grandi che schiacciano i piccoli, eccetera. Ragazzi, se promettete e poi non mantenete, vi meritate di chiudere.

Il telefono è arrivato come previsto. Ha un firmware francese, firmato Orange. Immediatamente installo un nuovo bootloader, il firmware originale italiano e sblocco i diritti di root. Tutto perfetto.
Sai che c’è? Cerco su eBay la scatola originale e quei ricambi del pennino. Così completo il set e scrivo il quinto post della serie.
Intanto finisce qui.
…forse.

Il telefono che ho comprato quattro volte. #3

Episodio 3. Vikishop, puntualmente annullato.

Le traversie a ripetizione hanno su di me l’effetto di rendermi più determinato. Arendessi… arrenserdi… arenderi… ecco, lo vedi? manco lo so scrivere…

Foto: http://winfuture.de/
Foto: http://winfuture.de/

Ci ho riprovato nei primi giorni di settembre. Questa volta da Vikishop.
Sulla rete, nei forum di androidiani e smartphommaniaci e nei siti dedicati alle recensioni, questo negozio è consigliatissimo. Tutti commenti positivi. Tranne uno, che però descrive ragioni strampalate e pretestuose per il suo giudizio. Insomma, questa volta ho imbroccato quello giusto, penso.

Comunque sia, verso le tre di notte di un sabato che si sente ormai già domenica, ho acquistato per la terza volta quel telefono. Me l’hanno già chiesto perché continuo a scegliere negozi che non conosco invece che andare sul sicuro. La risposta è contenuta nella domanda. Se non li conosco, voglio conoscerli. Che altro motivo serve?

Su questo sito è scritto ed evidenziato in rosso che fino al 31 agosto non garantiscono i tempi di spedizione e consegna previsti (48 ore per l’elaborazione dell’ordine). Bene, almeno lo scrivono e uno può regolarsi. Ordino e mi metto a riposare.

Dopo una settimana di attesa, anche questa volta devo chiedere informazioni perché non si sa che fine abbia fatto l’ordine. Invio un messaggio e non ottengo risposta. Riprovo il secondo giorno, precisando che, se non mi dicono nulla, apro immediatamente la contestazione su PayPal. È la parola magica: in due ore si fanno vivi. Si scusano tantissimo per il ritardo, mi forniscono dettagliatamente i termini entro i quali spediranno e la tempistica per la consegna. La risposta è completa e a me sta bene. Attendo (discretamente) fiducioso.

Foto: http://www.publicdomainpictures.net
Foto: http://www.publicdomainpictures.net

Quando scadono i termini da loro stessi indicati per la consegna, non hanno ancora nemmeno confermato la spedizione. Cosa faccio, io? Ormai è un rituale: scrivo un altro messaggio e segnalo a PayPal la mancata spedizione. E mezz’ora dopo arriva puntuale la risposta di Vikishop che si scusa tantissimo un’altra volta: hanno visto la contestazione aperta e chiedono se devono rimborsarmi subito. Ammettono che non potranno spedire per ancora un’altra settimana. Sì, rimborsami subito.

Il ritardo in sé non sarebbe un problema. Io non ho alcuna fretta. Ma porcamiseria se un certo prodotto non ce l’hai pronto da spedire, allora dimmi come stanno le cose senza prendermi per il culo con scadenze e date di consegna che già sai di non poter rispettare. Perché io perdo tempo per niente e tu ci fai una figura di merda che poi finisce tra le recensioni.

Per la cronaca, mi scrivono che avrebbero sbloccato il rimborso via PayPal in serata. Era venerdì. L’hanno fatto domenica. Puntualità a palate.

Così sfumò l’acquisto numero tre.